Il “qualcosa da fare” al di là del merito dei fatti

Il paternalismo con cui le classi dirigenti del passato ora si accodano ai conquistatori del presente è a tratti penoso. Vecchi che hanno rappresentato per anni, o hanno per decenni osannato chi lo faceva, la sinistra italiana cercando di spiegare la bontà di obiettivi opposti a quelli che oggi il Pd persegue, si sperticano, in un modo francamente imbarazzante, in lodi e santificazioni di tutto quello che ieri combattevano, dall’abolizione dell’articolo 18 alla gestione manageriale della scuola pubblica, dalle grandi opere tutte cemento e consumo di territorio alle risposte securitarie in termini di emergenza abitativa, da una legge ipermaggioritaria alla torsione governista dell’assetto dello Stato.

Il migliore esempio di una simile disposizione d’animo lo dà il sempre preciso Michele Serra, che vede in Renzi la «nemesi» del modo di far politica di quanti a sinistra son venuti prima: «non esisterebbe, non si spiegherebbe, se non alla luce della verbosa e presuntuosa impotenza che lo ha preceduto e soprattutto lo ha generato». Una considerazione che al buon editorialista di Repubblica «impedisce di essere antirenziano», pur ammettendo di non aver con egli nulla in comune. Davvero, una critica così sprezzante dell’attuale élite di governo non avrei saputo immaginarla: essi non esistono in quanto tali, ma solo come degenerazione del processo precedente. Ma se del giudizio non condivido la nettezza, del preambolo non capisco le ragioni. Anche Berlusconi, volendo andare con le categorie “serriane”, era il frutto dei fallimenti precedenti, come lo furono le brutture che la storia ci ha consegnato nel secolo precedente; pure in quei casi avrebbe fatto come il Nanni Moretti di Ecce Bombo, urlando ai quattro venti “ce lo meritiamo quel che abbiamo”?

Forse Serra, il Cacciari che lui cita e i tanti che corrono a mettersi in fila nel novero di chi fa la ola ai vincitori hanno qualcosa da recriminarsi. Io no. O meglio, posso aver sbagliato tutto nella mia vita, non certo però posso mettermi fra quelli che hanno governato e rappresentato la sinistra nei quattro decenni precedenti e che, Serra dice, han generato il renzismo di oggi. Per una ragione banale quanto vera: non c’ero. Non ero io a rappresentare la sinistra, non ero io governare i suoi partiti e non ero io a farne il canto e tesserne le lodi sui maggiori giornali d’area.

Se dopo essere stati sulle avanguardie del progressismo ora a loro basta accomodarsi nelle retrovie della restaurazione è un problema che non mi riguarda. È stucchevole, invece, il tentativo di vedere in quelli che non si adeguano, non si conformano, al “nuovo verbo” (ricordo che tutti gli esempi fatti prima, da Berlusconi a salire sulla scala del tempo, si ammantavano di “nuovismo”) dei difensori dell’inazione dei tempi passati. Perché se per Serra «la sola idea che qualcosa accada è più convincente dell’idea che quella cosa possa essere sbagliata», per me no.

Dopotutto, non era nel merito che volevate il giudizio sui fatti?

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2 risposte a Il “qualcosa da fare” al di là del merito dei fatti

  1. Fabrizio scrive:

    Al logorio del qualcosa da fare , al solito trantran , alla solita routine “monotona”, possiamo solo e soltanto rispondere con , un giusto #permax e non solo
    “I diritti dell’altro” per un possibile futuro dell’ uno per l’altro e l’altro per il prossimo suo.

  2. Fabrizio scrive:

    Quando, dove e per chi , lo stato puo’ sottrarsi come parte civile ?
    Quando , dove e per chi, lo stato puo’ costituirsi parte civile?

    p.s. continua……..

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