Non è iniziato tutto ieri, non finirà tutto domani

«Vedo tre diverse attitudini. Quella conservatrice: la Costituzione è intoccabile, non c’è urgenza né bisogno di rivederla. Quella politica e strumentale: si colpisce la riforma per colpire Renzi. E quella dottrinaria “perfezionista”. Dubito molto che tutti i 56 costituzionalisti e giuristi che hanno firmato il manifesto contro siano d’accordo su come si sarebbe dovuta fare la riforma. Ma questa è una posizione insostenibile: perché il No comporterebbe la paralisi definitiva, la sepoltura dell’idea di revisione della Costituzione». Così Giorgio Napolitano, ad Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera dello scorso martedì 3 maggio.

Le parole dell’ex capo dello Stato, dagli stessi autori indicato come padre della riforma Renzi-Boschi, un po’ m’hanno intristito. Non che non immaginassi il senso del suo pensiero, ma nelle motivazioni che usa per sostenerlo c’è quella resa alla dittatura dell’ineluttabilità che davvero spiace. Dire che il “no” a una certa idea di riscrittura della Costituzione «è una posizione insostenibile» presuppone che esista una sola via al cambiamento, che poi è quella della maggioranza pro tempore in Parlamento, fondata nelle forme e nei numeri in virtù di un meccanismo esso stesso definito non in linea con i principi della Carta. Già così l’azzardo politico non è da poco, aprendo la strada alle mille costituzioni che le future maggioranze, in qualsiasi modo tali, volessero pensare e definire. Ma sostenere che, in una consultazione referendaria, per di più chiesta dai medesimi artefici del testo su cui si è chiamati a votare, una e una sola sia la “posizione sostenibile”, ammissibile, in qualche modo l’unica legittima è, nel portato e nello spirito, tendenzialmente pericoloso.

Dice in sostanza Napolitano che la mia idea rispetto a quelle di quanti han riscritto e mutato un terzo della Costituzione non è sostenibile. Son sbagliate per principio, quindi, le cose che io penso in merito, le mie visioni, le mia idee. Non ci sono due posizioni che, con pari dignità, si confrontano; c’è la tesi del governo, che può, e deve, essere sostenuta, e quella di chi a essa si oppone, che non si può in alcun modo accogliere, accettare, discutere, in quanto, appunto, non è sostenibile, pena «la paralisi definitiva».

M’intristisce, dicevo, perché è un politico della levatura del due volte presidente della Repubblica a fare questo ragionamento. Che un arrembante amministratore di provincia possa immaginare che prima di lui non ci fosse null’altro e lo spirito costituente aleggiasse sulle acque paludose di parlamenti immobili e inconcludenti in attesa di incarnarsi nelle giovani membra della nuova classe dirigente ci può stare: è il senso con cui mediamente si approccia alla vita chi ignora che il mondo non è nato con il suo conoscerlo. Che un pezzo portante della storia delle istituzioni possa accodarsi all’idea che queste siano state da sempre votate all’inconcludenza, dimenticando da dove eravamo partiti e attraverso cosa siamo arrivati qui senza mai doverne esecrare continuante il ruolo e il funzionamento, e immaginando che dopo e oltre questa stagione e questi governanti non ce ne siano semplicemente altre e diversi, ma ci attenda la geenna, dov’è pianto è stridore di denti, è meno normale.

E francamente più preoccupante.

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