Dovremmo stare sempre allegri

Si sa, la storia la scrivono i vincitori. E ciò non sempre è un male: pensate quali pagine ci sarebbe toccato leggere se il secondo conflitto mondiale avesse avuto sorti opposte. Nondimeno, questo non è garanzia di nulla: pure i totalitarismi in quello vinti ebbero i loro libri, e a un’intera generazione di uomini toccò impararli, non sempre opponendosene, va detto.

Se questi i fatti, può capitare che chi lotti per la propria indipendenza possa esser chiamato patriota o brigante a seconda delle fortune della bandiera a cui volge il suo sguardo. Così, anche i moti di piazza cambiano tenore a seconda del colore di chi li commenta. C’è però una costante che mai muta: i cafoni hanno sempre torto. Da qualsiasi lato delle vicende a essi capiti di trovarsi, la loro è colpa, a prescindere. Soprattutto quando, mi si scusi l’ardire nello scriverlo, i villani smettono d’essere allegri e danno un dispiacere al re o al governo intristendosi o, peggio e addirittura, ribellandosi e chiedendo qualcosa.

Scrivendo da Roma sui fatti di Napoli dello scorso mercoledì, per esempio, Stefano Folli ha sentito forte «l’eco lontana del boia chi molla». Insomma, il giornalista de la Repubblica deve saperne tanto di cosa sia stato ad animare quelle proteste, pensate un po’ (contessa?), rivolte all’indirizzo del presidente del Consiglio in visita (e non si dica elettorale solo perché fra due mesi lì si vota), se addirittura è riuscito a scoprire che alcune forze politiche e  «i centri sociali, non sappiamo quanto infiltrati della camorra», (non sarebbe “dalla”, a meno di non voler spingere la mente a pensare che fossero quelli a infiltrare questa?), hanno organizzato, come dire, «una vera e propria sedizione» (“si chiamino i gendarmi!”; già fatto, e con i manganelli), a fini elettorali, a cui il sindaco s’è prestato «trasformandosi in un risentito capopopolo«. Rimandando, peraltro e per l’autore del pezzo, «a una certa tradizione napoletana, non certo la migliore» (e prima o poi ci spiegheranno perché Garibaldi fu eroe e Masaniello guappo sovversivo e guitto agitatore).

Comunque, stiano sereni i governanti: noi proveremo a stare sempre allegri, ché «il nostro piangere fa male al re,/ fa male al ricco e al cardinale,/ diventan tristi se noi piangiam». E se alle volte non funziona, ci sarà sempre un politico fallito, un rondolino, un teorete, un Folli o un prete a redarguirci insegnandoci la retta via del consueto obbedire e del silente star sottomessi.

State pur tranquilli, quindi, noi sarem placidi. Quasi tutti e quasi ogni volta, purtroppo. Perché, e non riusciamo a spiegarci come, accade a volte che alcuni di noi ascoltino altre parole e parlino lingue diverse, così che succede sappiano ancor oggi dire cose quali: «Sentireste la nostra dura parte/ in quel giorno che fossimo agguerriti/ in quello stesso Castello intristito./ Anche le mandrie rompono gli stabbi/ per voi che armate della vostra rabbia».

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, società, storia e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento