Non di solo storytelling campiamo

Il vero limite dei fatti è che sono testardi. E soprattutto, imperterriti impenitenti, non si adeguano mai al racconto che i governanti ne vorrebbero fare e ne fanno. E può capitare, pensate un po’, che non leggano nemmeno un tweet o una newsletter, una slide o uno status su Facebook, e si ostinino a raccontare la loro verità, a dire quello che sono, sic et simpliceter.

E così è accaduto, assurdamente, che nonostante le grancasse del “meno male che c’è il Jobs act”, che funziona e che crea lavoro, le ultime stime dell’Istat ci raccontino di come – finito l’effetto incentivi, non della riforma del lavoro, ancora tutta lì –  la disoccupazione sia tornata a salire nel mese di febbraio, segnando uno 0,2 per cento in più, che può apparire poco, ma è il segno chiaro, se lo si vuol vedere, che la realtà scorre in direzione ostinata e contraria rispetto al fiume di parole che corifei e coreuti del governo continuano a usare per narrarla.

Gufo? Rosico perché sono all’opposizione? Speculo o, peggio, gioisco per i dati negativi? Solo un imbecille potrebbe pensare che una persona senza particolari problemi possa gioire per il dramma di gente che perde il lavoro o non riesce a trovarlo, avendone peraltro percorso, e più volte, l’identico calvario. No, niente di tutto questo.

A speculare sullo storytelling non veritiero, semmai, sono quelli che, vendendolo per ciò che non è, ne traggono un vantaggio in termini di consensi diffusi. Certo, forse non di quanti quel reale lo scontano sulla propria pelle, ma di chi, distrattamente perché comodamente, legge i giornali e guarda la televisione.

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