Ma se fosse oro quel nero, perché se ne allontanerebbero?

Esattamente a un mese da oggi, il 17 aprile, si terrà il referendum “anti-trivelle”. Oggetto del quesito, per dirla nel giro di poche battute, saranno le attività estrattive in mare ricadenti in acque territoriali, quindi entro le 12 miglia nautiche dalla costa, ma non quelle su terra né in acque internazionali; se dovessero vincere i “sì”, i giacimenti saranno fermati quando scadranno le concessioni. Al contrario, continueranno a estrarre. Poca roba, direte. Forse, ma intanto è un modo, probabilmente l’unico, per riaprire nel Paese la discussione sul modello energetico e sul futuro che a esso si vuol dare. Io, quel giorno, andrò a votare e voterò “sì”.

Delle molte cose che ho letto su quei quesiti, una particolarmente mi ha colpito: “bloccare l’attività estrattiva”, volendo sintetizzare il ragionamento, “determinerebbe contraccolpi alle economie delle aree interessate e perdite significative di posti di lavoro”. L’argomento non è nuovo, s’intende, e spesso ha coinvolto e animato tante discussioni rispetto a programmi di sviluppo industriale o previsioni di infrastrutture e impianti più o meno invasivi in termini di impatto ambientale. E non di rado si è detto: “fare qualsiasi cosa inquina, certo, tuttavia, nel computo dei costi e dei benefici, le ricadute positive superano le difficoltà e le problematiche”. Vi chiedo: ne siete sicuri?

No, non in genere, dico; nel caso specifico, intendo. Siete sicuri che l’estrazione di idrocarburi generi effetti positivi in termini di benessere e occupazione per i territori interessati? E lo chiedo perché, come dire, io di qualche esperienza diretta, se non emblematica, quanto meno pertinente, potrei parlarne un po’ e con discreta cognizione di causa. In modo partecipato e personale, non lo nego, ma, insomma, provate a seguirmi nel racconto.

Io sono nato a Stigliano, un paese dell’appennino lucano in posizione mediana rispetto alla valle dell’Agri e quella del Basento. Negli anni Sessanta del secolo scorso, nella seconda di queste, si cominciarono a sfruttare intensivamente i giacimenti di gas presenti. Dagli anni Novanta, invece, toccò a quelli di petrolio della prima. Da molto tempo, la Basilicata è la prima regione per apporto di idrocarburi alla nazione. Stando alla logica delle ricadute dirette sul territorio, il mio paese, trovandosi nel bel mezzo geografico di tutta quella “ricchezza” avrebbe dovuto avvantaggiarsene, non credete?

Ora, però, qualcosa nel racconto dei “pertolottimisti” non torna. Stigliano, al primo censimento postunitario, nel 1861, contava poco meno di cinquemila abitanti, 4.948 per la precisione. In quel secolo e per la metà del successivo, crebbe, nonostante si dovettero scontare due guerre mondiali e la stagione delle grandi migrazioni, quella per le Americhe su tutte. Cent’anni dopo, nel 1961, era raddoppiato, arrivando a sfiorare i diecimila, 9.925 residenti. Da lì, e con tutte quelle potenzialmente arricchenti estrazioni, la sua popolazione non solo smise di crescere, ma calò costantemente: 8.154 nel 1971, 7.276 nel 1981, 6.576 nel 1991, 5.616 nel 2001, 4.685 all’ultima rilevazione censuaria, nel 2011. Lungi dal fermarsi, quel declino continua, di modo che, in soli cinquant’anni, Stigliano ha perso più di quanto guadagnato in un secolo, scendendo al di sotto del numero di abitanti che aveva al tempo degli scontri fra i briganti e le truppe del regno nascente.

Vi chiedo nuovamente: se le estrazioni di gas e petrolio portassero quel benessere quei posti di lavoro, quella ricchezza e quel progresso che in molti per merito di queste lasciano intravedere, credete che dalla mia terra continuerebbero ad andarsene ogni anno in così tanti?

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