Almeno, non suonate la cetra

M’è capitata sotto gli occhi in questi giorni una foto di Luigi Di Maio, uno dei leader dei Cinquestelle, con la didascalia: «Fuoricorso da anni in giurisprudenza, pontifica sulla riforma costituzionale». Realizzata da una pagina Facebook dichiaratamente ostile al M5S, con tanto di hashtag “#miracolatidalblog”, e rilanciata da diversi profili di militanti dem, l’intento comunicativo era chiaro e non è il caso di spiegarlo oltre.

Lungi da me difendere Di Maio e condividendo l’assunto per cui la rappresentanza parlamentare di quel movimento sia una falange di miracolati, non capisco il perché quell’immagine l’abbiano ripresa molti militanti del Pd. O meglio, capisco l’intento, ma non la sostanza del ragionamento; non è stato proprio il presidente del loro partito, Orfini, a dire in aula che “a scrivere la nostra costituzione non fu un sinedrio di costituzionalisti, magari sempre con il ditino alzato, ma furono delle forze politiche”? E dunque, non ne rappresenta una, per giunta la seconda per importanza numerica, il vicepresidente della Camera? È giusto che ne parli, allora. E poi, quanti sono i “miracolati” da quella sorta di audizione da talent show che sono state le “parlamentarie” democratiche fra Natale e Capodanno del 2012; adottando il criterio delle competenze, davvero pensate che sarebbe stato questo il Parlamento autoincaricatosi di riscrivere la Carta fondamentale dello Stato?

Suvvia, per fare politica non servono altre competenze se non i voti e la capacità di stabilire le relazioni giuste per spuntare un posto ottimale in un sistema d’elezione blindato. Altro non è sollecitato. Pensate che, se diversa perizia fosse richiesta, Faraone sarebbe sottosegretario all’Istruzione, la Madia ministro per la Pubblica amministrazione, Nardella sindaco di Firenze e la Picierno europarlamentare? Quindi, perché prendersela con i rappresentanti del M5S, in larga parte, è vero, del tutto inadatti al ruolo che rivestono: sono nel posto giusto, per un percorso non sostanzialmente differente da quelli seguiti dai loro colleghi.

Anzi, perché prendersela con i politici. In cosa si differenzia la società da quelle istituzioni di rappresentanza che esprime. La mia laurea a 23 anni, la mia specializzazione e la mia iscrizione a un ordine professionale, mi fanno meritare il lavoro che svolgo e i milleduecento euro mensili che, finché dura, ne conseguono, trovato ad appena milleduecento chilometri da dove sono nato? Ovviamente no; gente con molti più meriti ha più difficoltà. Guardate a quello che conoscete, intorno a voi, nelle aziende o negli uffici, nelle fabbriche e negli enti. E poi pensate a quanti ne conoscete di migliori rispetto a chi occupa una qualsiasi delle posizioni che avete in mente, e a quelli fra essi che sono inoccupati o svolgono mansioni chiaramente al di sotto delle loro potenzialità. Adesso riavvolgete il nastro del discorso e fate attenzione a chi è che sproloquia di “meritocrazia”.

Così, per concludere con una citazione leggera, voglio riportare alcuni brani della lettera che, nel Quo Vadis? di Sienkiewicz, Petronio manda a Nerone quale ultimo saluto: «nella vita capitano pure tali molestie, che non mi basta più l’animo di tollerarle. Non credere, te ne prego, che io abbia trovato a ridire del fatto che tu abbia ucciso tua madre, tua moglie, tuo fratello, che tu abbia dato fuoco a Roma e inviato all’Erebo gli uomini più onesti del tuo infelicissimo impero. No, pronipote di Cronos! La morte è il naturale retaggio dell’uomo, né altro potevamo aspettarci da te. Ma essere costretto ad avere le orecchie lacerate per anni e anni dal tuo canto […] questo supera le mie forze […]. Sta’ sano, ma smetti di cantare; uccidi pure, ma non fare più versi; avvelena, ma non ballare; incendia, ma non suonare la cetra».

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