Il curioso caso dei minoritari dem

«Dai senatori della minoranza arriva un avvertimento al premier Renzi: “Noi voteremo sì al ddl di riforme costituzionali, ma questo non significa un nostro sì immediato e automatico al referendum sulle riforme, che andrà guadagnato con passaggi politici coerenti”. “Una delle condizioni che poniamo – sottolineano i senatori dem – è che si dia pieno compimento al testo approvato, e quindi si dia attuazione alla legge ordinaria” per l’elezione dei nuovi consiglieri senatori, perché “quella prevista dalla riforma costituzionale non è una elezione semidiretta. I consigli regionali si limiteranno a una ratifica delle scelte degli elettori. Ci aspettiamo dunque la giusta attenzione alla nostra proposta di legge, perché a questa noi abbiamo subordinato il nostro consenso alla riforma stessa”». E ancora: «I senatori Pd hanno sottolineato anche l’urgenza di rivedere la legge elettorale. “Dopo il via libera alle riforme e dopo le consultazioni amministrative serve un ripensamento sull’Italicum, su cui restano tutte le criticità e tutte le nostre perplessità. L’Italicum venne approvato nel momento in cui il Pd aveva appena incassato il 40% dei consensi alle europee. Ma presenta un rischio evidente: che alle prossime elezioni si venga a costituire il Tcr, il partito ‘tutti contro Renzi’. Temiamo che alle amministrative ci saranno cocenti smentite alle attese di un Pd vincente. Il nostro auspicio è che si ripensi all’Italicum, un ripensamento intorno ai nominati, alle pluricandidature, alle alleanze sarebbe opportuno”».

Scusate per la lunga e integrale citazione della parte finale dell’articolo di Repubblica. Ma a me, con i suoi virgolettati, quel testo sembra emblematico. L’emblema, cioè, di come la cosiddetta minoranza dem abbia definitivamente perso punti di riferimento e coordinate. Che diavolo significa «voteremo sì al ddl di riforme costituzionali, ma questo non significa un nostro sì immediato e automatico al referendum sulle riforme»? Che potrebbero domani votare no allo stesso testo a cui oggi danno il parere favorevole? Si dice: ma chiedono un’indicazione per una legge ordinaria con la previsione dell’elezione diretta dei senatori. Però, allo stato attuale, hanno votato tutt’altro; con quale serietà chiedono il contrario di quello che stanno approvando?

E poi, e in modo ancora più grave, il passaggio sull’Italicum è abominevole. In sintesi, secondo il punto di vista riportato in queste rigge, per chi l’ha voluta quella legge andava bene col Pd al 40%, perché tanto vincevano loro; siccome ora c’è il pericolo che possa andare diversamente, gli stessi dovrebbero volerla modificare. Stanno dicendo, quindi, che chi ha voluto l’Italicum, gli stessi a cui loro hanno votato la fiducia, hanno pensato, sostenuto e approvato un sistema elettorale per i propri interessi di partito. Se questi non sono più garantiti da quel meccanismo, meglio disfarsene: non sia mai che quella stessa regola che il mondo ci avrebbe invidiato, possa essere utile per altri.

Si è capito cosa dicono, vero? Ammettono che il partito che sostengono e di cui fanno parte abbia votato una legge perché gli conveniva e dovrebbe ora volerla cambiare perché non si è più sicuri che sia funzionale alla sua vittoria. Stanno approvando una modifica della Costituzione e se ne dichiarano contrari al punto che, se non ne vengono previsti sostanziali correttivi, perché l’elezione diretta o meno dei senatori non è un dettaglio,  potrebbero respingerla al referendum confermativo. Roba da consigliare l’intervento di uno psichiatra, ma di uno bravo.

Nella spasmodica e continua corsa al “sì, ma, però”, intristita dal ricordo d’esser stati maggioranza decidente, i minoritari dem si coprono d’altre perle di schizofrenia tattica, lanciandosi nuovamente al riscatto dell’onore del latte versato: votano in un modo ma dicono di volere l’altro, come se il voto non fosse espressione del proprio volere, non fosse, di per sé, un atto volitivo per definizione. Alla fine, meglio, molto meglio, le pienepicerne e gli andreiromani; approvano tutto quello che c’è da approvare, ma almeno non mentono circa le personali motivazioni: rimanere lì dove sono il più a lungo possibile.

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