Perché la domanda è “per chi?”

«Persone come voi, che avrebbero dato il proprio contributo, che avrebbero prestato la loro opera e profuso il loro impegno, che avrebbero supportato ogni battaglia e fatto anche i volontari a tutte le feste di partito, a seconda degli orientamenti, proprio voi, ora vi dite disinteressati? Indisponibili a contribuire? Lontani e scettici? Non ci posso credere; della politica non potete farne almeno, vi conosco». «Forse sì», risposi quest’estate a chi mi rivolgeva quelle parole, «forse è come dici tu, e non possiamo farne a meno. Nonostante ciò, però, diciamo “grazie, non posso, ho da fare”. Perché la domanda giusta è un’altra: “per chi?”. E la risposta, mi dispiace ammetterlo, non è mai soddisfacente».

Ho preso la mia prima tessera a sedici anni. Da allora, tra alti e bassi, da una parte sono sempre stato, con un partito di quella ho quasi sempre collaborato, più o meno direttamente. Per quel che potevo, dove riuscivo, com’ero capace. Oggi guardo a quel che c’è, e non capisco perché dovrei farlo ancora. Anzi, e meglio, come chiedevo prima, “per chi?”. È inutile girarci intorno, ma qualsiasi partecipazione a una parte e a un partito è direttamente relazionata alla promozione, al sostegno e al riconoscimento di una classe dirigente. E continuo a guardare in giro, e taccio perché non voglio apparire spocchiosamente polemico.

Metteteceli voi i nomi che volete, quelli della vostra parte o quelli della parte degli altri; la sostanza, al netto di casi tanto isolati da non fare statistica, non cambia. Certo, potreste archiviarla come presunzione, e non riuscirei a darvi torto più di tanto. Però quando, ai tempi di cui parlava il mio amico, ci si dava da fare “per la causa”, il motivo lo si capiva, e si capiva il valore di quelli per cui ci si impegnava. E se essi riuscivano ad avere miglioramenti della propria situazione, lo si accettava, perché si sapeva che era al miglioramento della condizione di tutti che miravano, e su quel terreno riscuotevano i risultati.

I giovani dell’Italia in ginocchio dopo la guerra dovettero «riprendere le vie del mondo», come ebbe a dire De Gasperi, ma videro dare ai propri figli, da quegli stessi governanti che preparavano la loro partenza, più sicurezze e speranze di quelle che avrebbero mai sognato di chiedere. Per questo si riconobbero in quei partiti, per questo riconobbero quelle classi dirigenti. E adesso? Guardatevi attorno da soli.

Accade così e perciò, e non per altro, che in molti si disinteressano, o cercano in diverse, sempre nuove e differenti costruzioni, di dare una qualche soddisfazione a quella “voglia di partecipare” di cui, col sorriso, l’interlocutore dell’inizio mi rimproverava il non poterne fare a meno. E lo so e lo sanno che può accadere così che dal disimpegno consegua il malgoverno: ma che possono farci? Cosa possiamo farci? Ci chiedete di star fermi e assistere al vuoto assoluto farsi potere e guida, vorreste pure che pagassimo il biglietto del suo spettacolo e applaudissimo convinti e contenti alla rappresentazione che lo stesso dà di sé?

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