Miseria e nobiltà. Ovvero, della diseguaglianza pericolosa

Sabato 2 gennaio, in replica, ho guardato una puntata del programma di Raitre, condotto da Domenico Iannacone, I dieci comandamenti. Arrivederci Roma era il titolo dell’inchiesta svolta lungo le mille città che sembrano condividere lo stesso spazio della capitale nel medesimo tempo, quello odierno: personaggi strani, situazioni apparentemente assurde, a volte violente, bellezze infinite e imparagonabili con qualsiasi parte del mondo, ricchezze immense, miserie esposte.

Mi ha colpito un contrasto messo in scena nei primi minuti della trasmissione. Anonime periferie popolate da giovani senza nemmeno più il coraggio della speranza o da adulti profondamente arrabbiati per l’ingiustizia che avvertono, e il palazzo della principessa Odescalchi, bello, splendente, fantastico, con la sua Conversione di San Paolo del Caravaggio a fare belle mostra di sé, cento milioni di euro (no, il valore non è un numero a caso, ma quello per cui è assicurato) incorniciati fra stucchi, drappi, velluti, tessuti damascati, marmi, legni pregiati, ottoni, e gli ori, e i cristalli, e l’argenteria e tutto il necessario per farne una residenza da mille e una notte. Ecco, se non è disuguaglianza questa, cos’altro potrebbe esserlo?

Perché, vedete, quella trasmissione raccontava di gente che vive in baracche, e sotto i ponti, e fra stracci, e come può e quando riesce, perché di stenti si muore pure. E poi di quel palazzo, e di altri, magari persi dalle famiglie storiche e acquisiti da altre, ma pur sempre incommensurabilmente ricchi e preziosi, se paragonate agli spazi di chi non ha che la sua disperazione quotidianamente distillata nel proprio dolore.

«È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Articolo 3 della Costituzione italiana, secondo comma. Pensate a quelle baracche, pensate a quel quadro, pensate a questo principio.

E pensate al motivo per cui gli abitanti delle prime non debbano in qualche modo recondito, più o meno sopito, meno o più inconscio, provare per la posseditrice del secondo un sentimento come quello dei rivoltosi della Libertà verghiana. Come può, senza che scoppi in violenza o senza l’uso della forza (che poi è sempre violenza, chiamata forza quando a usarla è il potere), mantenersi quest’ordine?  Quanto manca a che le orecchie dei disperati si prestino al canto di chi spiegherà loro “voi non avete nulla, perché altri abbiano quadri da cento milioni”?

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