L’alto e il basso e la nuova rappresentanza

La stagione che stiamo vivendo da almeno trent’anni, con le categorie d’un tempo, l’avremmo definita una “restaurazione”. Invece, ci viene venduta come “riformista”, quando non addirittura “progressista”. Qual è il problema? Come può accadere tutto ciò? In cosa un’epoca che sarebbe stata detta reazionaria viene considerata, dagli eredi delle tradizioni socialiste ancor più che da quelli di quelle conservatrici, quasi una “rivoluzione”?

Credo che il problema risieda nelle parole che continuiamo a utilizzare per definire il nostro stare nel mondo delle cose economiche e politiche: destra e sinistra. I concetti che sottendono li ritengo ancora validissimi e precisi, la loro interpretazione e il loro impiego, al contrario, sono sempre più avvolti dalle nebbie della confusione. Come può dirsi di sinistra un tycoon dell’industria che fa di tutto per sottrarsi all’obbligo di contribuire in tasse al benessere della società? Come può esserlo un imprenditore del commercio che paga i suoi dipendenti meno di quanto prevedono i contratti di categoria, giocando su flessibilità e riduzioni di impiego? Come può definirsi tale un governo che taglia le imposte sulla proprietà e sui beni di lusso, mentre  riduce i diritti dei lavoratori e privatizza i servizi pubblici essenziali?

La sinistra si differisce dalla destra ancora e sempre per quella vecchia questione della ricerca dell’uguaglianza; in questo, l’analisi di Bobbio è perfetta e attuale. Una ricerca che significa anche cercare di portare avanti quelli che sono indietro, per dirla con le parole di Nenni sul socialismo, e pure condurre nello Stato chi ne è escluso, come voleva Togliatti. Nel tempo che stiamo vivendo come in tutti quelli che l’hanno preceduto, quella distinzione passa ancora fra l’alto e il basso, fra chi sta sopra e può tutto, e chi sta sotto e tutto deve sopportare. Leggere in quel senso, alto e basso, ciò che siamo abituati a chiamare destra e sinistra, potrebbe aiutare a comprendere le difficoltà della rappresentanza che riscontriamo ogni giorno, e indicarci la strada per seguire «quella vecchia idea di essere tutti uguali».

Uguaglianza che deve essere una condizione reale a cui tendere, fatta di effettiva disponibilità dei beni e dei servizi fondamentali e concreta facoltà di accesso e partecipazione alle vita sociale, attraverso l’istruzione e il diritto al lavoro e fino ai ruoli pubblici e di rappresentanza. Una faccenda sostanziale, quindi, che non può essere sostituita da quel surrogato insulso, e a tratti insultante, che viene spacciato nel discorso pubblico sotto la definizione di “uguaglianza delle opportunità” che nulla vuole modificare del modello dominante, come se, nel sistema in cui contano solo i soldi, alla fine fosse uguale davvero affacciarsi al mondo per i figli dei ricchi e per quelli dei poveri.

Tutto questo che c’entra con quello che negli articoli precedenti si è sostenuto? Molto, in verità. Perché è solo riuscendo a superare quel concetto arrivista e “vincista”, fatto solo di merci consumate e risorse accumulate, egemone e dominante che si può affermare l’uguaglianza come pratica concreta, puntando al benessere senza confonderlo con una forma arrogante e volgare di “tanto-avere”, che alla fine fa solo il gioco dei detentori delle leve del potere.

Già nel 1967, in un discorso per le celebrazioni del primo maggio a Torino, Riccardo Lombardi spiegava: «la nostra lotta è contro la società affluente e il benessere, non già perché non vogliamo il benessere, ma perché vogliamo un certo tipo di benessere, non quello che domanda tremila tipi di cosmetici o una dispersione immensa di risorse, ma quello che domanda più cultura, che domanda più soddisfazione ai bisogni umani, più capacità per gli operai di leggere Dante o di apprezzare Picasso, perché questa, che preconizziamo, è una società in cui l’uomo diventa diverso a poco a poco e diventa uguale; diventa uguale all’industriale o all’imprenditore non perché ha l’automobile, ma perché è capace di studiare, di apprezzare i beni essenziali della vita».

Visione altra e alta della politica e dell’organizzazione dell’economia di cui oggi abbiamo infinitamente bisogno. E se vi fanno sorridere quelle parole, pensate al punto triste a cui ci ha condotti l’ascoltare il loro contrario.

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2 risposte a L’alto e il basso e la nuova rappresentanza

  1. Fabrizio scrive:

    Dall’impero romano (l’alto medioevo) alla conquista dell’america (il basso medioevo) al feudalismo di oggi( la nuova rappresentanza).
    Il feudalismo del vassallaggio ; il feudalismo del mercantilismo dei diritti!
    Si tolgono diritti sacrosanti sul lavoro , sulla scuola e non solo per poi mercanteggiare su altri diritti!
    I Diritti non si trattano come merci di scambio!I Diritti si fanno vivere , si rispettano!
    Solo e soltanto attraverso Doveri Politici Costituzionali ,Istituzionali, Amministrativi, si puo’ e si potra’ Garantire Ugualianza , eccetera ed eccetera.

  2. Pingback: Quel particolare tipo di uguaglianza | [ciwati]

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