Lo scandalo della frugalità nel sistema consumistico

«I Sassi di Matera furono completamente spopolati dagli abitanti, costretti a spostarsi in nuovi quartieri negli anni cinquanta e sessanta, e le case grotta e il sistema di habitat trogloditico furono dichiarati una vergogna per la nazione italiana. L’intera comunità, con la sua identità e il suo passato, fu decretata inadeguata e posta ai margini della storia. Era estranea ai modi, ai tempi e alle necessità dello sviluppo – maschera del volto truce dell’emigrazione e della speculazione edilizia. Matera costituiva un modello scandaloso perché, basata sul risparmio delle risorse, sul continuo riciclo e sull’autoproduzione, era una minaccia per la società dei consumi».

Così Pietro Laureano, nel suo saggio del 2013 Matera, la sfida della memoria: architettura della fusione, su Lettera Internazionale (volume n. 118, in libreria col titolo Corpo umano, corpo urbano). In effetti, quella che Carlo Levi vide come «la capitale della civiltà contadina» opponeva al tempo della “legge Sassi” e del “miracolo italiano” una strenua e naturale resistenza al modello imperante che condusse a quelle decisioni. Chiariamoci, le condizioni di vita in quelle case erano inaccettabili, nondimeno la soluzione adottata fu invasiva e non coordinata con il modo di vivere di quelle donne e quegli uomini. Oggi che gli stessi luoghi li si riscopre in funzione cartolina, quando non direttamente e solo scenografia, la riflessione su quel messaggio s’impone.

Il sistema consumistico, compulsivo e totalizzante, non poteva tollerare che ci fosse chi a esso gli si sottraesse. Resistere alla sua egemonia era quasi reato. È come riascoltare le parole dell’orazione civile di Marco Paolini sulla diga del Vajont, che leggeva in quella tragedia «il funerale dell’Italia contadina, di cui non interessava più nulla a nessuno». Quella società stabiliva un rapporto di equilibrio con l’ambiente circostante. Questa consumistica intende affermare il proprio dominio su ogni cosa. Quasi ci fosse un “modello atlantico”, fatto di comando e affermazione, e uno “mediterraneo”, fatto di adattamento e convivialità, dello stare al mondo.

Chiaramente, il primo modello è quello che ha vinto e si è assicurato l’egemonia. Il resto, al massimo, è stato confinato a quote residuali, marginali e periferiche. Gli effetti di quel risultato sono quelli che vediamo, e viene da sorridere nel tempo odierno ascoltando i dominatori parlare di sostenibilità. Allo stesso modo, tornano alla mente le parole oraziane: «Graecia capta ferum victorem cepit». Ché pure la Grecia, in fondo, non è altro che cultura del Mediterraneo raffinata e resa autonoma.

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