Dimissioni? E perché mai?

Che Maria Elena Boschi si dimetta o meno da ministro m’interessa quasi quanto conoscere il risultato d’una partita di media classifica del girone dilettanti d’uno sport che ignoro. Faccia come crede. Anzi, resti tranquillamente dov’è. Per dirla con le parole di Renzi sul “caso Cancellieri: «se si dimette, il Governo è più forte. Con questo ministro qualsiasi intervento sulle carceri, qualsiasi posizione sulla riforma della Giustizia sconterà un giudizio diffidente di larga parte degli italiani». Basta spostare il ragionamento dalle carceri alle banche per capire il punto a cui siamo giunti. D’altronde, fu la Boschi a dire che al posto della titolare della Giustizia nell’esecutivo Letta si sarebbe dimessa; immagino “al posto suo” di lei, dell’altra, non “suo” nel senso di proprio. E infatti, non si dimette.

Le minoranze paiono intenzionate a votare la mozione di sfiducia individuale del M5S. Sulla questione, la risposta della responsabile “delle riforme” è un capolavoro: «vedremo chi ha i numeri in Aula». Un vero e proprio lampo di genio, lo ammetto, che conferma l’acume della protagonista e la profondità di analisi che l’ha condotta al vertice del potere italiano: sa contare. E da ministro dei rapporti col Parlamento, ha colto un punto difficile da afferrare per chiunque altro: il Governo ha la maggioranza nelle Camere, e le minoranze sono tali proprio perché non hanno i numeri in Aula. Inoltre, l’essere maggioranza nulla dice di ragioni e verità come infinite vicende, da Barabba a Ruby per capirci, raccontano.

Ora, però, a parte le battute e dando per scontato che pure i presentatori della mozione di sfiducia sappiano contare, è chiaro che il loro intento non è quello di fare una prova di forza. Nel caso, diverso è il discorso al Senato, dove quei numeri son differenti e dove, magari, la Boschi potrebbe essere costretta a legare la sua permanenza al governo ai voti di Verdini, che in tema di banche sarebbe davvero un passaggio simbolico.

No, quello che quella mozione punta a dimostrare è che il Pd parla di conflitto di interessi (a proposito, non era un tema centrale del Governo?) solamente quando interessa gli altri, e che la nuova classe dirigente dem applica un rigore morale diversificato a seconda dei casi. Certo, tutti si affrettano a spiegare che la ministra Boschi non ha alcun conflitto di interessi. Ma ciò cozza inevitabilmente con la fretta con cui la stessa si prese la briga di precisare la sua non partecipazione dalla riunione del Consiglio dei ministri che licenziò il provvedimento sulle banche popolari: se quel conflitto non c’era, perché quella puntualizzazione?

Ecco, questo è il motivo per cui sono totalmente sterili rispetto alla discussione sul punto le decisioni della Boschi, o di Renzi, sulle sue dimissioni. Quello che si doveva capire lo si è già capito, e ognuno si è già fatto un’idea di come stanno le cose. E non è una ritorsione mirata sulla ministra; è che se sei celebrata “fra le 28 personalità più influenti d’Europa”, non si possono ignorare tutte le potenziali implicazioni che potrebbero riguardarti.

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