Poletti, il voto e l’orario

“L’ora di lavoro è un attrezzo vecchio”. Così Giuliano Poletti, parlando della sua nuova idea sul paradigma per i contratti futuri. Oddio, proprio sua non è, visto che il responsabile economico del Pd, Filippo Taddei, la condivide. E nemmeno nuova, dato che di nuovo, nella versione 2.0 del “cottimo a botta” proprio non riesco a vederne. Ma il personaggio, con quel suo parlare diretto e semplice ai limiti della banalità, è utile per comunicare la versione da bar dell’apologo di Menenio Agrippa che pare informare l’intera azione del Governo in tema di lavoro e di formazione, dalle cassette da raccogliere d’estate al voto di laurea che “non serve a un fico”. E come dargli torto: perché perdere tempo sulle scrivanie fra testi accademici, quando è più utile farlo ai tavoli delle cene con le persone giuste?

La questione dell’orario lavorativo, però, non è solo un affare economico. “Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire”, scandivano in piazza i lavoratori australiani già nel 1855. E divenne una bandiera perché parlava di qualità della vita, non solo di tempo di produzione. È l’ordine sociale a basarsi su quella parametrazione oraria dell’opera prestata in cambio di denaro. Perché dirla all’inglese, come fa una certa classe dirigente divenuta tale per sottrazione, fa fine e non impegna, ma nei fatti, tutte le formule smart & fast non nascondono altro se non forme sottili di sfruttamento, che arrivano ai supermercati aperti sempre, sette giorni su sette, ventiquattr’ore al dì, agli operatori di call center incollati a un telefono anche il giorno di Natale, per la difesa delle tradizioni cristiane, immagino, alla previsione di una disponibilità che tutte le feste si porta via e cancella pure l’ultimo confine rimasto a dividere il lavoro dal riposo e dalla vita privata.

Il mondo sta cambiando e con esso il lavoro? E chi lo nega. Infatti, dovremmo discutere di come uscire dall’idea delle 8 ore in senso progressista, cioè scendere a 6, a 4, per cercare di inverare quel messaggio della grande stagione di rivendicazioni del secolo scorso, “lavorare meno, lavorare tutti”. Mentre, puntualmente, quando si parla di rendere più flessibile il lavoro in linea con le esigenze della moderna organizzazione del mercato e della produzione (a proposito, il Wcm della Fiat, in questo senso cos’è, il non plus ultra della modernità o il segno tangibile che “le chiacchiere stanno a zero”?), nei fatti si segna un arretramento sostanziale delle caratteristiche d’impiego, della sicurezza nei diritti, della qualità di vita dei lavoratori. E nulla lascia presagire che in questo caso possa avvenire il contrario.

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1 risposta a Poletti, il voto e l’orario

  1. Bruno Cardini scrive:

    Facciamo finta, per un momento, che le cazzate dette da Poletti e rilanciate da Taddei si realizzino. Prescindiamo da ogni valutazione dei diritti dei lavoratori e di giustizia, cose vecchie per questi moderni.
    Lo scenario sarebbe che una impresa dovrebbe valutare e prevedere tutti i costi (materie prime, energia, finanza) secondo i valori di mercato tranne uno: il costo del lavoro. Il costo del lavoro sarebbe a discrezione dell’impresa che potrebbe alzarlo se le cose vanno bene o abbassarlo se vanno male.
    A parte la lieve conseguenza che quello che viene in tasca al lavoratore non è in relazione al lavoro svolto, ma alle capacità o imbecillità del management, è evidente che se tutti i fattori sono incomprimibili tranne uno è su quest’ultimo che si scaricherebbe ogni pressione. Oltre a ciò si rovescerebbe la tendenza che vi è stata finora di sostituire lavoro con tecnologia e che ha fatto del manifatturiero italiano una delle realtà più moderne al mondo.
    Perchè investire o innovare se si può risparmiare tosando i lavoratori?
    Questo porterebbe, al massimo nei cinque anni di normale rinnovo tecnologico, all’impoverimento tecnologico del manifatturiero.
    Questi due stanno offrendo ai PADRONI (perchè in questo vogliono trasformare gli imprenditori) abbondanti dosi di cocaina economica; forse efficaci nel breve, ma distruttive nel medio lungo periodo

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