Quale “stile di vita”?

Succede spesso che artisti, comici e satiri compresi, colgano il senso delle questioni molto prima e molto meglio di quanto facciano fini intellettuali e preparati politici. È così da sempre, ed è quasi naturale che sia così, tanto che chiunque potrebbe trovare facilmente una testimonianza o un ricordo a sostegno di questa tesi. E accade perché alle volte le cose bisogna sentirle e non solo saperle per comprenderle e, in quello, “com-patirle”.

La vignetta di Mauro Biani per il Manifesto dello scorso venerdì è emblematica sotto questo punto di vista. C’è un uomo, bianco, visibilmente ricco, che si china paternalisticamente verso un bambino, olivastro, oserei “mediorientale”, profugo o migrante (ma che differenza fa?), con zaino e borsa, decisamente povero, e dice: «Te lo giuro solennemente, nessuno mai cambierà il tuo stile di vita».  Ecco il punto: quando diciamo, giustamente reagendo al terrorismo, di voler difendere il nostro stile di vita, di che cosa stiamo parlando?

Perché capite che, per quanto siamo tutti abitanti degli stessi Paesi, fra lo stile di vita di chi sta al centro e quello di chi abita in periferia, possono esserci differenze enormi. E “il nostro stile di vita” è anche quello che fa sì che ci sia chi non è disponibile a rinunciare al superfluo e quanti mancano del necessario. Credete che questi ultimi siano davvero interessati a difendere “il nostro stile di vita”, il modo d’essere al mondo della civiltà occidentale, le ricchezze dei palazzi nobili e le miserie di quelli che non hanno nemmeno una casa in cui piangere per le proprie sorti?

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