I poveri e i ricchi non vogliono le stesse cose

Ci raccontava con preoccupazione Marc Lazar su la Repubblica di sabato scorso di come, in un sondaggio condotto in Francia di recente, ai cittadini sia stato chiesto se, per fare le riforme necessarie a cambiare la nazione, non fosse “necessario affidare la direzione del Paese a esperti non eletti”, e ben il 67% siano state le risposte positive. Di più, quando i sondaggisti si sono spinti a immaginare, al posto di quegli esperti, la possibilità di instaurare una forma di “potere politico autoritario, pronto a sbarazzarsi dei meccanismi di controllo democratico esercitato sul governo”, quella percentuale di favorevoli si è sì ridotta, ma rimanendo al 40% (e ho il timore, però, che dopo gli ultimi atroci e barbari fatti di Parigi, sia destinata a salire ancora; ma di ciò non è questo il tempo né il luogo di parlare). In tutte e due quelle rilevazioni, infine, i francesi appartenenti a ceti popolari e con un basso livello di istruzione sono stati senz’altro la parte preponderante.

Il tono preoccupato di Lazar è condivisibile. Quello stupito che emerge dalle sue parole, meno. Perché dovrebbe preoccuparsi delle sorti di quei meccanismi di controllo democratico e di quelle funzioni di rappresentanza chi da esse non si vede rappresentato e comunque mai ne farà parte? Lo Stato ormai delineatosi nelle democrazie occidentali fa ai poveri la stessa impressione che faceva ai contadini nel racconto di Levi: “più lontano del cielo, e più maligno, perché sta sempre dall’altra parte”. Se a ciò aggiungiamo l’impressione che può fare in quei ceti medi riflessivi tenuti in disparte da un ceto che si autorappresenta in quel sistema, il risultato del sondaggio appare per nulla eccezionale.

Prendiamo il caso nostro. Nell’Italia che riparte, come dicono gli slogan di governo, 3 milioni di famiglie, ci informano le statistiche, non riescono più a pagare le spese per l’abitazione. Ma le cronache del potere che narra se stesso, parlano di chi c’è la fa, del successo, guardano alle storie esclusive di coloro che riescono, ignorando gli esclusi che arrancano, falliscono, si perdono. Perché questi dovrebbero guardare al sistema democratico. A Torino, capoluogo della regione in cui vivo, 200 mila persone fra il milione e mezzo di abitanti che vive tra il centro e la “cintura” sono povere, quasi il 15%, così tante che l’arcivescovo della città, Cesare Nosiglia, ha urlato nei giorni scorsi dalla piazza della manifestazione Alleati contro la povertà: “i poveri esistono, anche se sempre più spesso si finge di non vederli”.

E chi è che “finge di non vederli”? Gli stessi che, in quello specchio, sarebbero costretti a contemplare la vacuità dei loro racconti tronfi d’ottimismo. Gli uni ignorano gli altri, non si guardano a vicenda, perché non avrebbero lingue comuni per discutere. E avviene che chi, comunque, in quel disegno di società non sarebbe compreso e certamente non ne è contemplato, si volti dall’altra parte, pure inseguendo un mito che, se si sa non proprio alleato, lo si immagina almeno nemico di quelli da cui sempre è stato ignorato. Da qui nasce lo scollamento che demolisce nelle fondamenta il meccanismo che si credeva “del popolo”, perché, come insegnava Toni Judt, “i ricchi non vogliono le stesse cose che vogliono i poveri”, e viceversa, nemmeno la forma di governo, sebbene ci si ostini a chiamarla “democrazia”.

Un male, certo, che si salda con la tentazione, se non del tutto giusta, quasi in niente sbagliata, di lasciar perdere propria di quelli che potrebbero provare a far qualcosa, ma vedono che l’impegno nel qui e ora servirebbe solo a promuovere perfetti incapaci, buoni a ingraziarsi il capo e raccogliere applausi in qualche talk show, e a quell’onere inutile e vano preferiscono qualsiasi applicazione, persino contare i denti ai francobolli.

 

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