Marino e la forza del naïf

Non so come andrà a finire la vicenda delle dimissioni del sindaco di Roma, se alla fine le ritirerà, se saranno confermate o se si arriverà a un pronunciamento del Consiglio comunale. Quello che so è che, su questa vicenda, il “Marziano”, come è definito non senza ragioni, scopre involontariamente una debolezza insista nei politici esperti: quella di fare ciò che fanno per professione.

Diversi resoconti delle vicende narrano di come, scava, scava, il problema per il Pd non sia tanto far fare a Marino un passo indietro, ma quello di convincere i propri consiglieri a votargli contro, decretando la fine della vicenda amministrativa del chirurgo, certo, ma anche del loro mandato elettivo. E non tutti sono medici, per dare subito alla faccenda la sua dimensione reale e concreta, almeno quanto un emolumento.

Ignazio Marino è un politico naïf, che è stato in grado di raccogliere il consenso proprio giocando su quella sua estraneità al “professionismo della politica” ma che poi, appunto difettando in quello, non è riuscito a contenere e comporre i diversi, differenti e a volte pure divergenti interessi che erano sottesi alle forze fra cui si è trovato a mediare. Il resto, scontrini compresi, son roba per rotocalchi, che non aggiungono nulla alla comprensione dello stato in cui siamo.

Emblematico, in questa vicenda, è lo scontro fra il sindaco e il presidente nazionale e commissario cittadino del suo partito. Da una parte, Marino, l’alieno divenuto politico; dall’altra, Orfini, che si immagina erede di quello spirito che animava il totus politicus, per dirla con Croce che non voleva farne un complimento, e che, più che aver “mestiere” nel far politica, ha fatto della politica il suo mestiere.

Per carità, è degnissimo il lavoro del politico. Quello che mi chiedo, semmai, è quanto spazio di libertà lasci alla reale capacità di azione del singolo. Marino sa che non fa quello per vivere, e quindi prende il suo mandato con leggerezza, anche eccessiva se vogliamo. Ma chi lo fa quale professione unica, come può tranquillamente decidere la propria posizione quando questo potrebbe significare rischiare di porre fine a quello che, nei fatti, è l’unico lavoro che si ha?

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