Etiamsi omnes

“Il fascismo vuole guarire gli Italiani dalla lotta politica, giungere a un punto in cui, fatto l’appello nominale, tutti i cittadini abbiano dichiarato di credere nella patria, come se col professare delle convinzioni si esaurisse tutta la praxis sociale. Insegnare a costoro la superiorità dell’anarchia sulle dottrine democratiche sarebbe un troppo lungo discorso, e poi, per certi elogi, nessun migliore panegirista della pratica. L’attualismo, il garibaldinismo, il fascismo sono espedienti attraverso cui l’inguaribile fiducia ottimistica dell’infanzia ama contemplare il mondo semplificato secondo le proprie misure. […] Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, dovrebbe essere guardata e guidata con qualche precauzione. […] In Italia non ci sono proletari e borghesi: ci sono soltanto classi medie. Lo sapevamo: e se non lo avessimo saputo ce lo avrebbe insegnato Giolitti. Mussolini non è dunque nulla di nuovo: ma con Mussolini ci si offre la prova sperimentale dell’unanimità, ci si attesta l’inesistenza di minoranze eroiche, la fine provvisoria delle eresie. Certe ore di ebbrezza valgono per confessioni e la palingenesi fascista ci ha attestato inesorabilmente l’impudenza della nostra impotenza. A un popolo di dannunziani non si può chiedere spirito di sacrificio. […] Privi di interessi reali, distinti, necessari gli Italiani chiedono una disciplina e uno Stato forte. Ma è difficile pensare Cesare senza Pompeo, Roma forte senza guerra civile. Si può credere all’utilità dei tutori e giustificare Giolitti e Nitti, ma i padroni servono soltanto per farci ripensare a La Congiura dei Pazzi ossia ci riportano a costumi politici sorpassati. Né Mussolini né Vittorio Emanuele hanno virtù di padroni, ma gli Italiani hanno bene animo di schiavi. È doloroso dover pensare con nostalgia all’illuminismo libertario e alle congiure. Eppure, siamo sinceri fino in fondo, c’è chi ha atteso ansiosamente che venissero le persecuzioni personali perché dalle sofferenze rinascesse uno spirito, perché nel sacrificio dei suoi sacerdoti questo popolo riconoscesse se stesso. C’è stato in noi, nel nostro opporsi fermo, qualcosa di donchisciottesco. Ma ci si sentiva pure una disperata religiosità. Non possiamo illuderci di aver salvato la lotta politica: ne abbiamo custodito il simbolo e bisogna sperare (ahimè, con quanto scetticismo) che i tiranni siano tiranni, che la reazione sia reazione, che ci sia chi avrà il coraggio di levare la ghigliottina, che si mantengano le posizioni sino in fondo. Si può valorizzare il regime; si può cercare di ottenerne tutti i frutti: chiediamo le frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa veder chiaro”.

Quando apparve lo scritto da cui ho preso questa lunga citazione, Mussolini era al potere da meno di un mese. La Rivoluzione Liberale, il giornale su cui fu pubblicato l’Elogio della ghigliottina di Piero Gobetti, era uno dei pochi luoghi in cui si intuì il rischio che si stava correndo, e che ebbe uomini e parole necessari a denunciarlo. Ma fu allora sparuta minoranza. I numeri, quelli che si contavano e quelli che contavano, stavano da un’altra parte. Il resto della storia e cosa poi accadde, ovviamente, lo conoscete. Ma perché l’attualità di queste parole? Perché oggi viviamo una stagione migliore, e decisamente non paragonabile a quella di allora, eppure, quella voglia di quieta rinuncia per pigrizia alla lotta politica è ancora viva, e non meno potenzialmente rischiosa.

Con giubilo di giovani governanti e resa di vecchi oppositori, martedì il Senato deciderà la propria trasformazione in appendice del dominio dei partiti nelle Regioni. Già la Camera si è voluta eletta con gran pletora di nominabili e sfoggio muscolare del capo del partito più forte attraverso il premio di maggioranza. L’importante è che i numeri ci siano e che il giorno delle elezioni si sappia chi ha vinto, han detto i maggiorenti di oggi, insegnando così a quelli di domani come si piega al proprio volere quello che non convince o conviene.

In quest’insegnamento c’è il pericolo maggiore e si ritrova il solco quel cammino autoritario che da Craxi e attraverso Berlusconi trova adesso, grazie a Renzi e al suo Pd, il suo compimento. In futuro, altri potranno renderlo più duro e meno libertario, facendo tesoro e peggior uso delle pratiche viste in questi mesi per ridurre il dissenso, acquisire consensi e disseminare conformistiche formule di ottimismo patriottico, indicando nelle voci contrarie e nel pensare difforme il simbolo del disfattismo da sbeffeggiare e perseguire.

Non so quanto sia giusto, e nemmeno quanto lo fosse al tempo, augurarsi un irrigidimento delle condizioni per far capire a tutti il danno arrecato con la rinuncia a opporsi. So che non lo è smettere di far sentire l’opposizione a quello che avviene in tutti i modi possibili, che siano gli spazi di dialogo democratico che vanno restringendosi o i luoghi di dibattito civico e sociale che possono nascere. Anche se rimanessero rari quelli disposti a farlo, pure se fossero soltanto in due. Perché, come diceva un mio conterraneo passato fattomi amare da un attuale mio concittadino, “è ai pochi, capaci di riflessione, in fin dei conti, che è affidato non già il potere, ma la responsabilità dell’esistenza civile”.

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