Del pensiero contrario

Si può ancora pensare il contrario di quello che pensano gli altri, anche se questi sono la maggioranza, pure se fosse sbagliato, e rivendicare la piena legittimità della propria posizione e delle proprie idee? La risposta apparirebbe scontata e affermativa, ma purtroppo lo è sempre meno, l’una e l’altra cosa insieme.

Ieri, la procura della Repubblica di Torino ha chiesto il carcere per lo scrittore Erri De Luca, responsabile, a dire dei magistrati accusatori, di aver incitato al sabotaggio con le sue dichiarazioni (che uno scrittore venga processato per le sue parole, tinge d’un colore triste l’intera vicenda). Due giorni fa, la Questura di Imperia ha notificato un foglio di via da Ventimiglia a circa una decina di volontari che aiutavano, in questo caso con atti e non solo a parole, i migranti da tempo accampati alla frontiera con la Francia (gli uni e gli altri scacciati, col modo poliziesco di provare a risolvere le questioni che non si sanno affrontare). E un provvedimento simile, motivato con la partecipazione a manifestazioni e azioni di protesta e aggravato dalla circostanza che in quel caso si trattava di un impedimento alla dimora nella propria città, rimasuglio giuridico del codice Rocco, era stato notificato a un attivista per il diritto alla casa di Bologna alla fine di agosto (ché l’unica risposta conosciuta per il disagio pare ormai essere quella securitaria).

Ora, la domanda è sempre la stessa: la libertà di pensiero, di parola e di azione contrari e difformi, è ancora possibile, lecita e garantita? Perché lo scivolamento continuo verso un conformismo che arriva a giudicare “disfattista” qualsiasi voce difforme è un rischio che stiamo correndo un po’ troppo allegramente, a mio giudizio. E un abisso dal quale, una volta piombatici dentro, non sarà così semplice e agevole uscirne.

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