Meritoche?

Proruppe in un incontenibile scoppio di risa, quasi lasciando cadere il bicchiere che stava bevendo e senza riuscire a evitare di farsi andare di traverso il bianco fermo. “Meritoche?”, disse con le lacrime agli occhi e il viso arrossato. “Ragazzo, sei un fenomeno; per un momento ci avevo creduto”. “Ma io”, rispose l’altro, “parlavo sul serio”. “Allora sei irrecuperabilmente andato”, e pagò un altro giro per entrambi.

A determinare quella scena che quest’inverno mi s’è svolta davanti erano state le parole di un giovanotto che, al suo ex professore, spiegava l’importanza del valore della “meritocrazia” nelle società moderne. Certo parlava in buona fede, ma nemmeno io riuscii a contenere l’ilarità alle sue parole. “Seriamente”, continuò, “il merito è l’unico valore su cui…”. “Senti”, l’interruppe il vecchio docente, “intendiamoci subito. Se per merito intendi qualsiasi capacità, anche la scaltrezza e la furbizia, un po’ di ragione potresti avercela”. “No”, replicò il ragazzo, “intendo la competenza nel fare e sapere le cose”. “Non dire idiozie e guardati intorno: questa è la società della competizione e della concorrenza, e questi i risultati che produce. Il resto sono favole buone per non farla metter in discussione da chi è escluso dal successo o semplicemente gli è preclusa la realizzazione”.

Era sarcastico l’anziano professore, ma non senza saggezza. Il suo allievo d’un tempo tentò ancora di sostenere le sue tesi, ma dovette desistere; alla fin fine, nemmeno lui credeva tanto a quello che diceva. Troppe volte aveva sbattuto contro quelli che spiegavano l’importanza dei meriti personali dall’alto di posizioni e traguardi completamente immeritati. Lo sapeva anche lui che era così, e temeva che il suo interlocutore avesse più ragioni di quelle che lui era disposto a riconoscergli.

Sinceramente, a me invece colpì l’ultima frase dell’insegnante, quel suo vedere la “meritocrazia” come una favola buona a non mettere in discussione il sistema da chi ne è escluso. Come se i messi ai margini e penalizzati, in definitiva, lo fossero per colpe loro, e avendo avuto le medesime possibilità degli affermati, tutto sommato, non avessero altri con cui recriminare se non sé stessi. Che non sia così lo vedete tutti i giorni e dappertutto, nel privato, nel pubblico, nella politica, nella società, nelle istituzioni, nelle imprese, da noi e ovunque per il mondo, perché in questo, davvero, tutto il mondo è paese, anzi, strapaese.

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento