Caduta tendenziale del saggio di profitto

Il saggio di profitto, per Marx, era dato dal rapporto fra il plusvalore e gli investimenti in capitale, costante e variabile. E questo saggio, tendenzialmente, sebbene venisse continuamente sostenuto da interventi correttivi, puntava verso il basso. In sostanza, sosteneva il Moro di Treviri, continuare a puntare sugli investimenti, in tecnologia, in dotazioni aziendali, in qualunque cosa vi venga in mente per migliorare il processo produttivo, ma a scapito della quota destinata ai salari e alla redistribuzione fra i produttori, conduce a una contrazione dei profitti. Perché? Ma perché i sistemi produttivi dovrebbero essere fatti per gli uomini; se si immagina di farli contro di essi, il rischio è che gli uni e gli altri periscano.

Nel definire la caduta tendenziale del saggio di profitto, Marx teorizzò il rendimento strutturalmente decrescente del sistema capitalistico, ponendo in quell’assunto uno degli effetti più caratteristici (e terminali, aggiungeva e si augurava) del capitalismo. Ovviamente, questa teoria è stata una delle più criticate nella storia e nella critica del suo pensiero, perché la crescita infinita, pure dei profitti, era ed è un assunto-totem degli economisti, a destra e a sinistra, e parlare di contrazioni e cadute è ed era tabù. E infatti, noi siamo qui e a oggi, dove e quando, parlando di Cina e commentando un’analisi del Financial Times, un importante e autorevole opinionista, George Magnus, del principale quotidiano economico inglese, dice che “l’economia non può essere mantenuta su un percorso di espansione irrealistico basato su uno stimolo infinito. È giunto il momento di accettare che si sta avvicinando un tempo in cui il tasso di crescita sarà permanentemente più basso”.

Certo, Magnus parla di un solo Paese, ma anche di un complesso vastissimo di sistemi economici fra loro più o meno direttamente collegati e che “pesano” circa la metà della popolazione mondiale, che non si può pensare di limitare all’Asia e al lontano e sconosciuto Catai.

In tutto questo, il fatto comico è che la Cina è ancora formalmente socialista, e quindi i suoi dirigenti dovrebbero conoscere Marx. Il fatto drammatico è che proprio i socialisti, e non solo in Cina, di dar ragione a Marx sulla inapplicabilità nel lungo periodo delle dottrine e delle organizzazioni del capitalismo hanno più paura.

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