Matte’, spegni quella playstation

“Mo’, ci iè, a daver?”. È un’espressione non proprio elegante del dialetto barese, che sostanzialmente significa, “ma che, davvero?”, e punta a porre l’enfasi sul sentimento di incredulità che la situazione determina. Ecco, è più o meno quello che ho pensato quando ho letto ieri che Renzi ha organizzato una sorta di corso di formazione per i parlamentari che devono andare in tv.

A stupirmi non è stata tanto la preparazione degli esponenti del Pd in vista delle presenze televisive, quanto il fatto che su una delle slide (rapido ed efficace ritrovato della moderna propaganda) del seminario dall’evocativo titolo “Dal Catenaccio al Tiki Taka” (che poi, che diavolo è ‘sto “Tiki Taka”?), alla sinistra di un accigliato gufo campeggiava una didascalica indicazione di metodo stanatorio atto alla cattura delle rosse prede, bolsceviche e traditrici: “I nostri avversari sono quelli che sperano nel fallimento dell’Italia. Il loro nido è il talkshow, non il Parlamento”.

Ora, io di comunicazione ormai non ne capisco più tanto, e probabilmente non ne ho mai capito molto. Però, nel mio caso, devo dire che quella renziana ha funzionato benissimo. Infatti, ho lasciato il Pd proprio perché ho capito bene quello che i parlamentari che avevo eletto sull’onda di ben altre parole e con tutt’altro programma stavano votando: l’abolizione dello Statuto dei lavoratori che dicevamo di voler difendere ed estendere, un riordino della scuola pubblica associato a importanti sostegni all’istruzione privata che somiglia troppo da vicino a quelle cose contro cui combattevamo, vasti programmi di grandi opere troppo simili a quelli di berlusconiana memoria che hanno bloccato il Paese e devastato il territorio per anni all’inseguimento del mito dei soldi veloci sul cemento rapido, e poi un piano casa come risposta securitaria tesa alla tranquillità dei primi e a dispetto dei bisogni degli ultimi, la torsione governista della forma di governo, la responsabilità civile quale monito per magistrati troppo disinvolti con i potenti, eccetera, eccetera, eccetera.

Aspe’, m’è venuto un dubbio: non è che ce l’ha col gufo perché crede che si sia mangiato il pesciolino rosso che doveva fare una riforma al mese ai tempi de “La svolta buona”. No, perché, nel caso, sarei tentato di rassicurarlo: il rapace non c’entra nulla, è la povera bestiola ittica che nell’acquario a uso storytelling non ha avuto più tanta voglia di starci. E poi, per cosa, per scoprire come andava a finire la partita alla playstation?

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