Ma adeguarsi a che cosa?

“Ho 54 anni, faccio politica dal ‘79. Ne ho attraversate parecchie. Ho fatto minoranza spesso e mi sono sempre adeguato a quello che diceva la maggioranza. Senza mai nascondere la mia divergenza”, ha detto il vicepresidente della Camera Roberto Giachetti, nell’ultima direzione del Pd. Ora, la tesi dell’adeguamento è abbastanza mainstream nel racconto politico attuale, e l’accusa che più volte viene rivolta alle minoranze è proprio quella di “non volersi adeguare” alle decisioni maggioritarie.

“Mi accusano di non avere souplesse. Dicono che un partito moderno si deve ‘adeguare’. Ma adeguare a che cosa, santa Madonna?”. Anche senza bestemmia, la domanda di Pertini rimane attuale: adeguarsi a che cosa? Poniamo che uno abbia dei valori, dei princìpi, delle idee: deve rinunciarci perché la maggioranza ne condivide altri? Facciamo l’ipotesi che qualcuno immagini ancora che lo Statuto dei lavoratori vada tutelato, che l’articolo 18 sia un baluardo di civiltà e che l’occupazione non si crei riducendo i diritti. Dovrebbe dire addio alle sue convinzioni perché i più dicono che non è così? Deve smettere di difenderli? Perché, allora, si poteva evitare la lotta su quelle posizioni anche quando erano altri a volerle superare, senza scendere in piazza come si fece nel 2002 per protestare contro il Governo; dopotutto, pure quella che stava con Berlusconi era maggioranza.

E questo per tutto, dalla riforma della Costituzione alla legge elettorale: non si può dire “mi adeguo al volere della maggioranza”, se le cose, nel fondo, non si condividono. Perché, se quella davvero è maggioranza, allora non ha alcun bisogno che chi dissente si adegui per esserlo. Se, al contrario, il dissenso mette in discussione il suo essere maggioritario, vuol dire che essa tale non è. Insomma, se adeguandosi ci si conta in una maggioranza che altrimenti non sarebbe tale, significa che quel gruppo diventa maggioranza solo in virtù di quell’adeguamento, che diviene una sorta di profezia autoavverante.

Alla fine, quell’adeguarsi assume l’aspetto di un farsi conformi alla volontà che sembra poter diventare maggioritaria, un mettersi in scia, un seguire la corrente, o la moda. Il rischio, a guardarla così, non è tanto il trasformismo, cioè il cambio delle proprie posizioni, convinzioni e idee, ma il conformismo, il ritenere queste valide solo se della stessa forma di quelle dei più.

Agendo in tale modo, accade che non ci sia bisogno di pressioni per far cambiare opinione a qualcuno: basta convincerlo che le altre siano quelle che vanno per la maggiore. E succede così che anche i burocrati e i funzionari, i magistrati e i politici, si approccino al loro da fare con lo spirito di chi deve soddisfare le attese della maggioranza, conformandosi ad essa, e l’onorevole non ha più bisogno di raccomandarsi con l’impiegato, il ministro non deve più pressare il direttore, il segretario del partito non ha più bisogno di persuadere i parlamentari del suo gruppo, dato che, essendo segretario, ovviamente è maggioranza.

Il conformismo, a quel punto, si fa morbo sociale e quasi malattia delle menti, come scrive Calamandrei nel suo Elogio dei giudici, “simile all’agorafobia: il terrore della propria indipendenza; una specie di ossessione, che non attende le raccomandazioni esterne, ma le previene; che non si piega alle pressioni dei superiori, ma se le immagina e le soddisfa in anticipo”.

Come si debella il male? Continuando, se li si ritiene giusti al di là delle convenienze e di quella forma d’opportunismo che prende il nome di concretismo, a perseguire i propri ideali anche “in direzione ostinata e contraria”, non per un sentimento minoritarista di rappresentanza, ma per perseguire davvero il cambiamento senza scambiare sé stessi.

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