Ciò che indigna è la disparità

“Il dipendente non accetta, per sé o per altri, regali o altre utilità, salvo quelli d’uso di modico valore […]. In ogni caso, indipendentemente dalla circostanza che il fatto  costituisca  reato, il dipendente non chiede, per sé o per altri, regali o altre utilità, neanche di modico valore a titolo di corrispettivo per compiere o per aver compiuto un atto del proprio ufficio da  soggetti che possano trarre benefici da decisioni o attività inerenti all’ufficio, né da soggetti nei cui confronti è o sta per essere chiamato a svolgere o a esercitare attività o potestà proprie dell’ufficio ricoperto”. Così al secondo comma dell’articolo 4 del decreto del presidente della Repubblica n. 62 del 16 aprile 2013, ancora governo Monti, che Lupi sosteneva. E poi, con nota n. 1996 del 31 luglio 2014 emanata dal Ministero delle infrastrutture, direzione Nord Est, e rivolta a tutti i dipendenti del dicastero già sotto la guida di Lupi, si ribadisce che ci si deve attenere all’articolo quattro di quel Regolamento in tema di regali e altre utilità e che, “per modico valore”, si intendono quelli “di valore non superiore, in via orientativa, a 150 euro, anche sotto forma di sconto”.

In quelle disposizioni, e lo scrive giustamente Sebastiano Messina, oggi su la Repubblica, c’è il motivo per cui Lupi non può più essere ministro, e queste portano la sua firma o avevano il suo consenso. “Per sé o per altri”, per lui o per suo figlio, che sia un abito di sartoria o un prezioso orologio. Perché, se così non fosse, se lui rimanesse dov’è, la disparità fra i comportamenti che prescrive e quelli che mantiene sarebbe troppo stridente perfino in un Paese, come il nostro, abituato alle contraddizioni più ardite. E sarebbe pure indecente.

Ma come si può non capire il punto di indignazione a cui l’intera vicenda conduce, “indipendentemente dalla circostanza che il fatto  costituisca  reato”, secondo quanto opportunamente recita il decreto del 2013? Si parla di grandi opere, che comprendono anche l’Expo, e di un contratto dato al giovane figlio di un ministro precisando, come fa Stefano Perotti con il cognato che sta per assumerlo, che “il ragazzo deve prendere 2.000 euro più Iva mensili”, mentre altri 18.500 ragazzi, sempre per quella maledetta esposizione universale, sono spinti a lavorare gratis?

No, il problema non è di natura giudiziaria. È una questione di decenza e, di conseguenza, di indignazione, che poi diventa questione di fiducia, e non quella del Parlamento verso il Governo, ma di tutti coloro che annaspano e affogano fra mille difficoltà, e poi apprendono di “regali o altre utilità”, per sé e per altri, ricevuti e presi da chi dovrebbe rappresentarli, essendo per questo già lautamente remunerato. Ed è una questione pericolosa.

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