Ma allora aveva ragione Berlusconi

Per anni l’abbiamo preso in giro, ma alla fine, magari, ci toccherà pure dare ragione a Berlusconi. E alle sue previsioni futuristiche e ottimistiche, come alle ragioni e alle motivazioni che addusse per spiegare perché quegli obiettivi non furono raggiunti.

Ricordate la promessa di un milione di posti di lavoro nella campagna elettorale del ‘94? Sì? Quel governo durò solo 8 mesi, e sarebbe difficile valutarne i risultati ottenuti. Ma forse ricordate anche il Contratto con gli italiani, in cui i posti promessi diventarono un milione e mezzo in cinque anni? Bene, vinte quelle elezioni, il nuovo governo provò a mettere in pratica le sue idee in tema di mercato del lavoro e per rilanciare l’occupazione, come chi lo guidava dieva. A esse, la sinistra e i sindacati si opposero strenuamente, fino a impedire la realizzazione del progetto fondamentale di quella maggioranza: l’abolizione dell’articolo 18, per consentire alle imprese, come chi ne faceva parte sosteneva, di assumere con maggiore facilità.

Quell’articolo dello Statuto dei lavoratori non venne abolito all’epoca, come non si videro in quei cinque anni i posti di lavoro immaginati; ma, da sinistra, si è sempre sostenuto (e io lo sostengo ancora) che le due cose non fossero in alcun modo collegate. Adesso, invece, l’articolo 18 lo abolisce un governo voluto, votato e sostenuto dal Pd e dagli stessi che contestavano Berlusconi quando voleva abolirlo. E i ministri di questo esecutivo dicono che così si potranno avere fino a 800 mila occupati in più nei prossimi tre anni. Quindi, aveva ragione Berlusconi a prevedere la cancellazione di quella norma e, parallelamente, la creazione di 1,5 milioni di posti di lavoro in cinque anni. Al massimo, s’era tenuto un po’ largo; ma va pur sempre detto che al tempo non si era alle prese con “la peggiore recessione dal dopoguerra”.

Insomma, se non abbiamo avuto centinaia di migliaia di assunzioni all’anno è colpa di quanti nel 2002 si opposero alla cancellazione del diritto al reintegro per i licenziamenti senza giusta causa. A parte quelli palesemente, e dichiaratamente, discriminatori, ovvio.

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