Parole al contrario

Non si era ancora spento l’entusiasmo di sentirci tutti Charlie Hebdo, la rivista satirica parigina oggetto di un terribile attacco terroristico, che lo scrittore Erri De Luca iniziava il suo cammino nelle aule giudiziarie per rispondere all’accusa di aver, con le sue parole, istigato al sabotaggio dei lavori per la costruzione della ferrovia ad alta velocità in Val di Susa.

In un’intervista all’Huffington Post Italia, l’autore partenopeo aveva dichiarato che “la Tav va sabotata”, perché hanno ormai fallito tutti i tentativi di confronto, ed “è a questo che servono le cesoie: per tagliare le reti”. Questo, secondo gli accusatori di De Luca, sarebbe però un incitamento a commettere reati. Da parte sua, l’accusato, come ha fatto nel corso di un colloquio con Corrado Formigli su La7 durante la trasmissione Piazzapulita, si difende dicendo che non solo ripeterebbe ancora e di nuovo quelle parole, perché la libertà di espressione del pensiero può essere limitata solo dal confine della tangibilità diretta del proprio dire con la sfera della personalità altrui, la sola che può essere l’oggetto dell’offesa, della calunnia o del ferimento di qualcuno, ma anche perché in esse lui ci crede, come ci credono quanti in quella valle da un quarto di secolo sabotano, protestando e agendo per ritardarne e scongiurarne l’esecuzione, quei lavori. E prima di andare avanti, e per evitare fraintendimenti, #iostoconerri. E pure con gli altri.

Perché qui stiamo perdendo una serie di riferimenti. Mentre ieri ci scoprivamo tutti Voltaire contro i cattivi dalle barbe lunghe, perché lontani i fatti e comunemente screditata la sottocultura che li commetteva, oggi siamo tutti preoccupati che le parole di uno scrittore ne possano fare un cattivo maestro, riconnettendoci contro queste attraverso l’uso di un vocabolario che rimanda a stagioni buie e pesanti del nostro Paese. In ciò, fa bene lo stesso De Luca in quell’intervista su La7 a cassare il parallelo con anni in cui le questioni non erano affatto semplificabili secondo le logiche di “mandanti e mandati”, ma andavano (e vanno) inserite nel quadro molto più ampio, in cui ciascuno era investito e partecipe di una temperie culturale che faceva della rivolta l’ordine del giorno nell’agire quotidiano.

Anche in questo caso, però, la questione è più grande e va bene oltre e al di là del caso giudiziario in discussione nelle aule del tribunale di Torino. Sono a punto i riferimenti che stanno mancando quelli che potrebbero aiutarci a spiegare alcune delle cose che avvengono. Perché in quello sì, le parole dello scrittore e le azioni degli oppositori alla Tav sono connesse e strettamente collegate.

Esse sono, entrambe, questioni democratiche e problematiche civili, che attengono, cioè, i rapporti di forza fra le maggioranze e le minoranze e che contemplano alcuni dei principali diritti dei singoli e dei gruppi. Può uno Stato solo perché è “di più” imporre a una comunità lo scempio del proprio territorio e apertamente contro il parere di quest’ultima? E possono quei “più” imporre ai “meno” quello che è giusto o non è giusto pensare? Ciò che si può o non si può dire?

Perché se la democrazia è la regola dei numeri applicata alla società, qualora quelli dell’Isis fossero maggioranza, sarebbe giusto proibire, per legge, a dei vignettisti di rappresentare il profeta Maometto, così come qualcuno pensa che si possa proibire il diritto a dissentire su un’opera pubblica straordinariamente invasiva solamente perché decisa dalla maggioranza di quelli che avevano il potere di decidere.

E a nulla vale l’osservazione della differenza, incommensurabile e quantitativamente incolmabile, fra un processo in stato di diritto e un’azione barbaramente condotta: il punto è qualitativo e riveste l’idea che una visione delle cose possa divenire “normalizzante” ed essere imposta a tutti. Che ciò avvenga con la forza coercitiva delle leggi o con la violenza esplosiva delle armi è al massimo e solamente una questione che misura lo status e il livello impositivo di chi emette la propria sentenza.

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