Lasciandoli lavorare

“Lasciatelo lavorare” era il refrain che nella stagione del berlusconismo trionfante molti suoi sostenitori usavano come risposta a quelli che criticavano. “Lasciateli lavorare” me lo son sentito dire anche in questa del renzismo rampante dai convinti dal verbo giovane e veloce della nuova élite di potere. E chi glielo impedisce? Non io, di sicuro.

Anzi, immagino proprio che sia quello che tutti sempre più spesso stanno facendo: lasciarli. Lavorare, certo. Ma pure seguire la propria strada, che sempre meno è anche la loro, di quelli che smettono di intervenire e disturbare, ovvio, e di partecipare, di conseguenza. Perché guardate che è quello ciò che sta crollando, ed è su questo che si stanno costruendo alcuni successi, peraltro.

La sufficienza con cui si tratta il dibattito circa i problemi dell’astensione o, fenomeno a essa contrapposto e congiunto, della partecipazione dopata e distorta da interessi singoli o di cordata alle elezioni primarie o reali, è il sintomo di come il problema non sia che un epifenomeno pienamente colto e interiorizzato nella fase che stiamo vivendo. Secondaria, come manifestazione di un clima sempre più diffusamente accettato, ma principale quale spiegazione del distacco e della divergenza fra le vie percorse dei governanti e quelle praticate dai governati, gli interessi dei rappresentanti e quelli dei rappresentati.

Un problema, in fin dei conti, che attiene la qualità della democrazia, e che proprio per questo non interessa a nessuno. Quel che conta è ciò che può essere contato: voti, seggi, eletti. La quantità, quindi, che trasforma il regime di governo sempre di più in una democrazia esclusivamente quantitativa, dove chi interessa è chi ha i numeri, e il resto e coreografia superflua, quando va bene, o freno e ostacolo, se va male.

Così, chi non può contare o che non subisce particolarmente il fascino dell’esser contato, smette anche di credere al racconto del “patto che ci lega”, quale fondamento del comune sentire e del vivere civile e, appunto, democratico. Decurtato del popolo, il δῆμος, il sistema diviene solo affare del potere e per il potere, il κράτος, che si organizza e si ramifica, si perpetua e si ripete, garantendosi da solo la continuazione e la sopravvivenza. Insomma, quel mezzo non lo si esercita più per un fine diverso ed estraneo, ma si invera in sé stesso quale fine del proprio agire, e chi lo amministra, lo amministra solamente per quello scopo al contempo esclusivo e totalizzante.

Ecco perché si assiste a una scissione continua e silenziosa fra chi dovrebbe rappresentare e chi potrebbe essere rappresentato, che a volte si accende in furenti e cieche e scriteriate rivendicazioni di partecipazione diretta e immediata, altre si perde nel silenzio disilluso e sfiduciato prim’ancora che rassegnato e stanco.

Infine, ci sono quelli che esplorano sentieri diversi e alternativi, per ricostruire quello che si perde nei luoghi che a contenerlo erano deputati. Percorsi che passano dall’incontro e dal confronto continuo, mediato dalle tecnologie e o immediatamente disponibile nelle realtà associative e mutualistiche presenti o di nuova realizzazione, senza cercare, a volte o quasi sempre, nessuna interlocuzione con chi della democrazia fatta sistema è parte integrante e funzionale, all’interno dei partiti o delle istituzioni.

Lasciando questi ultimi a svolgere in pace, e in splendido isolamento, il loro impiego, pezzi sempre più importanti della società si organizzano per un lavoro possibile su altri schemi e differenti equilibri, tanto che sono sempre di più quanti non esitano nel giungere a parlare di “coalizione sociale”. Quanto sia forte o potente questa spinta e quanto durature tali energie, è ambizioso stabilirlo. Quel che si sa già è che esse sono una risposta al bisogno di partecipazione e democrazia reale e praticabile per un numero continuamente crescente di persone, che in quell’incedere si riconoscono e si conoscono. E sinceramente, sono anche un bel modo, autonomo e non ambizioso, se volete pure naïf ed eccessivamente spontaneo e eterogeneo, per essere società.

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