Non contro il benessere, contro questo tipo di benessere

Riccardo Lombardi, in un discorso a Torino per le celebrazioni del primo maggio, nel 1967 disse: “la nostra lotta è contro la società affluente e il benessere, non già perché non vogliamo il benessere, ma perché vogliamo un certo tipo di benessere, non quello che domanda tremila tipi di cosmetici o una dispersione immensa di risorse, ma quello che domanda più cultura, che domanda più soddisfazione ai bisogni umani, più capacità per gli operai di leggere Dante o di apprezzare Picasso, perché questa, che preconizziamo, è una società in cui l’uomo diventa diverso a poco a poco e diventa uguale; diventa uguale all’industriale o all’imprenditore non perché ha l’automobile, ma perché è capace di studiare, di apprezzare i beni essenziali della vita”.

Se dovessi riassumere la mia idea di progresso, userei proprio quelle parole del vecchio socialista e partigiano: non contro il benessere, ma contro questo tipo di benessere. Un benessere che, in definitiva, altro non è che un tanto avere, o peggio, l’immedesimazione collettiva in coloro che possono ottenere tutto ciò che desiderano, sempre che questo qualcosa, o qualcuno, abbia un prezzo.

Per questo determina ansie, rancori, delusioni: perché promette quello che non può mantenere. Giura di farci stare bene, mentre può solamente darci delle cose, tante o poche che siano. Genera, in questo modo, un vuoto di essere fingendo di poterlo saziare con l’avere. In una simile collisione fra due ausiliari nasce un meccanismo di cattura del desiderio, e di indirizzo del desiderante, che serve solamente ad arricchire i padroni delle dinamiche di produzione di quelle cose a cui si anela.

Insomma, impoveriscono il nostro essere per accrescere l’avere dei già ricchi, troppo ricchi. E tutto questo con un’accurata e fine tecnica di generazione e di cattura del processo dei desideri, facendo leva sull’immaginario e sull’emozionale per creare condizioni di continuo inappagamento che ci costringono a desiderare ancora e desiderare quello che, nello scambio simbolico capitalistico, riesce a fare merce quel che serve alla soddisfazione del bisogno indotto ancora più di quello reale.

Jean Baudrillard, ne Il sogno della merce, descriveva la pubblicità come “un mondo inutile, inessenziale. Connotazione pura”. Allo stesso tempo, il sociologo e filosofo francese spiegava che essa è “parte integrante del sistema degli oggetti”. Riprendendo quel suo ragionamento, potremmo dire che oggi buona parte di quel sistema degli oggetti è classificabile come “connotazione pura”. Ancora di più lo è lo stile di vita che in quella e con quella viene veicolato e trasmesso come felicità da vivere magicamente in un desiderio di fusione, volgarizzato e fatto merce e che però mantiene la sua caratteristica di irraggiungibilità, necessaria per chi, come il mercato e il capitale, intende sfruttare l’inesauribilità di un desiderare inappagabile.

Cos’è tutto questo se non la condanna alla ricerca dell’infelicità. Ribaltando la Dichiarazione d’indipendenza americana, il nuovo corso dell’economia mondiale ci obbliga al dovere di ricercare il modo per non essere mai felici. Quel sentimento che i greci antichi collegavano allo stato di pieno appagamento delle aspirazioni che si prova quando si è in pace con sé stessi e in armonia con quanto ci circonda, è chiaramente incompatibile con il capitalismo di mercato, che proprio del sentimento di insoddisfazione e continua ricerca di qualcosa fa il suo motore.

Così, come criceti nella ruota, siamo condannati a correre infelicemente per tutta le vita. E lo chiamano benessere. Per questo dico che non sono contro il benessere in generale, ma certamente contro quello di questo tipo.

In una corsa senza fine, vana è anche l’ambizione a vincere. Che senso ha continuare a inseguire quello che sappiamo non poter essere raggiunto, perché è proprio nell’irraggiungibilità la sua dimensione più vera? Come scrissero Thomas Jefferson, John Adams, Benjamin Franklin, Robert R. Livingston e Roger Sherman, rivendichiamo il nostro diritto alla felicità, e se per cercarla dobbiamo andare in direzione contraria al modello economico e culturalmente dominante, allora vorrà dire che è questo modello, e non quel diritto, a essere sbagliato e insostenibile.

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