L’arricchimento in sé non è un valore

Ma se si slega il lavoro dal reddito, come si potranno determinare le condizioni per invogliare il singolo a lavorare di più, a fare di più, a dare di più per l’intera società? Già, bella domanda. Però, mi chiedo: il nostro impegno per la collettività è solo un riflesso condizionato dalla possibilità di percepire qualcosa per il godimento individuale, o ci può essere una visione più alta e di diversa qualità?

Perché il tema potrebbe essere proprio questo: se l’arricchimento individuale, cioè l’appropriazione personale delle risorse, è un valore in sé, allora sarà inutile tentare altre strade di condivisione. Se, invece, esso viene considerato come valore collettivo e di disponibilità, vale a dire che si è ricchi se si può disporre di alcune cose e possibilità condividendole, non solamente perché le si ha nella propria ed esclusiva disponibilità, il discorso cambia.

E cambia così tanto che anche i parametri su cui si valuta la ricchezza mutano profondamente. Ad esempio: in media, i cittadini statunitensi sono più ricchi di quelli europei. Ma questo è vero solo perché si considerano le cose a disposizione dei singoli in modo individuale. Se, al contrario, contiamo quello che è nella possibilità di godimento, anche se collettivo, come la sanità, il sistema pensionistico e l’intera rete dei servizi di welfare, ci accorgiamo di una realtà ben diversa, come ha raccontato quasi dieci anni fa Micheal Moore nel suo film-documentario Sicko.

Pure in questo caso, la cosa principale da fare è mutare l’orizzonte dei valori di riferimento, portandoli verso dimensioni più conviviali, e sempre meno individualistiche e personali. Lavoro lungo, sicuramente, e soprattutto da fare in direzione contraria, e ostinata, aggiungerei, rispetto a quello che è ora il verbo assoluto dell’arricchimento personale, e senza scrupoli, che passa anche attraverso la privatizzazione delle risorse pubbliche per antonomasia: l’ambiente, il sapere, l’acqua, finanche l’aria, se solo riescono a capire come farlo.

Oggi, purtroppo, assistiamo al contrario, alla continua, ripetuta, quasi forsennata ricerca dell’avere-per-sé. È chiaro che, partendo da qui, il mutamento culturale e di modello anche educativo, deve essere forte e potente. Ma non credo ci possano essere altre strade, pure per consentire quella redistribuzione del reddito slegata dall’impegno individuale e quella suddivisione del lavoro fra quanti possono farlo, al di là e oltre antichi limiti di prestazioni orarie singole.

Come fosse un ritornare al vicinato, si potrebbe dire. E penso ancora, e di nuovo, ai vicoli e alle piazze dei paesi del Mediterraneo, a quella convivialità fatta anche di distribuzione solidale e reciproca, e l’una proprio perché anche l’altra, che si esprimeva nelle più diverse attività sottratte ai dogmi della monetizzazione del valore, dalla cottura delle vivande all’assistenza nell’educazione dei figli, e che per secoli e millenni hanno consentito a intere civiltà di vivere con le risorse disponibili, in equilibrio. Strada impervia, forse; di sicuro via non nuova.

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