La cura del territorio e delle persone: nuove prospettive

C’è una parola che spesso sfugge nel discorso politico e culturale del nostro Paese e in tutto il mondo industrializzato: cura. Eppure, essa potrebbe fornire una risposta alle questioni che la contrazione delle potenzialità e delle dinamiche di crescita del modello attuale, e l’incombere della necessità di trovarne un altro meno espansivo e dispendioso, potrebbero porre davanti. Soprattutto, attraverso questa si può pensare di riparare ai danni causati da un sistema sbagliato e inutilmente aggressivo.

La cura del territorio, per sanare i guasti creati dall’invasione delle attività umane, ma anche la cura delle persone, per consentire di stabilire relazioni migliori, cooperanti e collaborative e non concorrenziali e competitive tra chi lo stesso mondo è destinato a vivere condividendolo. Si potrebbero così garantire le condizioni per cui le donne e gli uomini avrebbero qualcosa da fare e da cui trarre la possibilità di avere un futuro, e questo qualcosa, al contempo, garantirebbe un domani anche agli altri e a chi dovrà viverlo dopo.

Quando pensiamo al nostro fare nell’ambiente, infatti, notiamo che negli ultimi anni è quasi sempre declinato in termini di grandi opere, come se l’unico modo per lasciare una traccia del nostro passaggio fosse quello di incidere sul terreno un segno forte e indelebile. Pure qui, guardiamo alla traccia lasciata dalle civiltà mediterranee, a quei simboli di presenza sul territorio che hanno cercato e stabilito un equilibrio segnando una presenza, per così dire, discreta.

Ora, io chiedo: invece di investire tutte quelle ingenti risorse per qualche progetto che pure i faraoni avrebbero definito “eccessivo”, non si potrebbe far partire un grande piano di interventi puntuali di messa in sicurezza, manutenzione idrogeologica, sistemazione del terreno che dall’Alpi a Sicilia ovunque frana, esonda, cede? Lo so, la domanda è retorica, e so anche che interessi e speculazioni sono l’unico motivo reale per cui a essa non viene data la risposta che meriterebbe; però, proviamo a immaginarlo. E proviamo a immaginare quanto altro si potrebbe fare per le persone, per la loro salute, per le loro necessità, per garantire loro una vita migliore.

Però, poi non stupiamoci. Dichiariamo guerra al territorio, lo attacchiamo, lo mettiamo all’angolo con la nostra violenza e aggressività, e dopo ci meravigliamo se esso, ripetutamente e con vigore colpito, cade? No, non ci fa un dispetto, e non sono eccezionali gli eventi che si verificano con sempre maggiore frequenza: è che vincere contro l’ambiente in cui si vive significa che, quando esso, sconfitto, s’accascia, si porta dietro quello che ha sopra, noi compresi.

Anche qui, se non per lungimiranza e generosità verso gli altri, le nuove generazioni o quelle che ancora devono arrivare, almeno per egoismo dovremmo provare altre strade per un’industria e un artigianato, un commercio e dei servizi, e prima fra tutti un’agricoltura, più sostenibili, nel senso proprio concreto del poter essere sostenute dall’habitat in cui dovranno essere ricercate e messe in atto. Prendendosi di questo cura, appunto, che nel contempo sarà anche un curarsi di noi stessi e di quanti, con noi, in questo stesso mondo devono vivere.

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