Insostenibilità ambientale del modello produttivo

I ritmi dell’attuale modello produttivo non sono a lungo sostenibili. Ce ne accorgiamo tutti i giorni, dall’inquinamento che cresce fino alle situazioni di stress sempre più prolungate e pesanti a cui sono sottoposti gli individui, passando per l’inasprimento dei rapporti interpersonali e fra le nazioni e un clima che ogni giorno colpisce territori continuamente indeboliti.

Il sistema economico dovrebbe mettersi a dieta. E come si fa nei casi un cui si è sovrappeso, in cui si deve ridurre l’alimentazione e adottare uno stile più sano, anche nel caso del modello produttivo quello che è necessario fare non è molto diverso. La corsa affannosa alla ricerca di nuove fonti energetiche in grado di permetterci di proseguire il nostro attuale way of life non solo è folle, è pure sbagliata. Consumare risorse per avere in casa temperature tropicali d’inverno e delle luminarie natalizie visibili dallo spazio non è necessario. Ancor di più, non si tiene, il mondo non lo tiene.

Se non per convinzione ambientalista, che non ho nemmeno io, almeno per sano egoismo di specie, potremmo pensare seriamente a risparmiare fonti e mezzi per il futuro. Perché, a parte l’ipotesi in cui ciascuno di noi sia convinto che non ci sarà un domani, quando questo arriverà, non potremo dirci stupiti del fatto che non abbiamo più quelle possibilità di affrontarlo che oggi allegramente sperperiamo.

Quindi, ricercare nuovi sistemi di approvvigionamento energetico senza mettere mano a una drastica riduzione dei consumi non ha senso. E, ripeto, alla lunga non reggerà, come già i segnali mostrano. Sapete quel dato che spiega che gli abitanti del mondo moderno consumano più risorse di quelle che la Terra produce in un anno e che, se tutti gli esseri umani facessero altrettanto, di pianeti ce ne servirebbero due, tre o anche quattro? Bene, non li abbiamo. Dunque, quando festeggiamo i dati della crescita, sappiamo anche che, a parametri invariati, ci stiamo avvicinando al limite in cui, da questo pianeta, cadremo fuori, semplicemente perché saremo too big to stay inside.

Siccome una crescita infinita in un mondo finito è un evidente non-senso, quanto prima cominciamo a pensare a un altro modello possibile, tanto meglio sarà per tutti.  Un modello che sia capace di andare oltre il parossistico avvitamento dell’economia nella spirale produzione-scambio-consumo, che sappia disegnare orizzonti nuovi dello stare insieme e dell’essere donne e uomini nel mondo.

Ecco, chiediamoci cosa significhi veramente quell’essere-nel-mondo, a cosa serva starci, se per avere l’ultimo ritrovato dell’industria o per essere in comunità con i nostri simili. Facendo confusione con quegli ausiliari, si rischia una mortificazione continua nel tentativo di riempire con le cose i vuoti di esistenza. Siamo di più e ben oltre quel che abbiamo, e non è ciò che si possiede a definirci come singoli.

Se questo parametro riuscissimo a immaginarlo anche per le società, scopriremmo il senso di quello che Camus individuava nel modo meridiano dell’essere sociale, che rendeva quelle civiltà molto più ricche di quanto il mero conteggio materiale dei loro beni indicasse.

Potrebbe essere una rivoluzione, e potremmo farla partendo da quello che c’è e dalle esperienze che già si conoscono: perché non provarci? Per quale motivo non tentare di disegnare un altro scenario in cui muoverci? Come potrebbe essere un modello economico e produttivo in grado di tener dentro le ragioni dell’avere con le dimensioni dell’essere?

La sfida è enorme, lo so. Ma l’alternativa è sedersi a contare quel che rimane guardando l’orizzonte avvicinarsi.

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