Democratici che amano i dissidenti

Ieri, alla Camera, il presidente del Consiglio Renzi e i rappresentanti del partito di cui egli è segretario hanno lungamente applaudito il deputato del M5S Tommaso Currò che, in disaccordo col suo gruppo e dichiarando da questo l’uscita, ha annunciato il proprio voto a sostegno del Governo.

Quegli applausi sono la testimonianza di quanto, sinceramente, i parlamentari del Pd apprezzino chi dissente dalla propria parte politica, fino a praticare da essa una scissione. Ancora più ferventi sostenitori del dissenso espresso in voti sono i democratici di fede renziana, almeno a giudicare dall’ovazione tributata, durante l’ultima Leopolda, al dissidente e fuoriuscito da Sel Gennaro Migliore. E su cos’altro si fonda lo stesso Governo, se non su uno scisma dissenziente di Alfano & Co., che fin dai tempi del Letta bis garantiscono la necessaria maggioranza per la formazione di un esecutivo di larghe intese?

Quello che non mi spiego, però, è per quale motivo alcuni dissensi da quelle stesse persone che apprezzano questi, vengano bollati come “pratica interessata” e per quello fortemente stigmatizzati. Pure Napolitano, sempre ieri, ha detto che evocare scissioni genera instabilità: ma non è proprio su una scissione del partito di Berlusconi che questo schema politico s’è, in un certo qual modo, stabilizzato? E ancora, sull’interesse che muoverebbe coloro che dissentono, perché presupporlo quando si assumono posizioni minoritarie e non anche (di più?) quando esso si esprime nell’adeguarsi alla maggioranza? Insomma, dissentire è lecito, tanto da suscitare il plauso in Parlamento, oppure non lo è, giustificando gli anatemi lanciati dalle segreterie di partito verso chi ne rivendica il diritto?

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1 risposta a Democratici che amano i dissidenti

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