Le inchieste capitoline e la questione di fiducia

Ascoltare, vedere, leggere, voci, immagini, parole; tutto nell’inchiesta sulle terre di mezzo praticate dal sovramondo della politica e dal sottomondo della criminalità, in cui tutte le parti sono grigie, e davvero estenuante. Non per il merito o la qualità delle cose che si apprendono, che non sono affatto nuove, purtroppo. Stanca perché conferma l’aria di irrespirabile immobilità che opprime l’intero Paese.

Quella della mafia Capitale, come gli inquirenti han deciso di chiamare l’inchiesta, non è la peggiore delle pentole scoperchiate, ma la più emblematica. Ci sono dentro i pezzi dell’amministrazione e delle istituzioni, le guardie e i ladri, le associazioni che nulla sanno degli associati, gli eletti che non conoscono come viene raccolto il consenso degli elettori, salvo poi stupirsi gli uni e gli altri, le segreterie dei partiti che si scoprono all’oscuro di tutto, e in molti casi, che forse è peggio, lo sono, gli ultimi sfruttati, la gestione dell’emergenza usata per far cassa, i problemi creati apposta e su misura delle soluzioni offerte dai soliti risolutori.

Ieri sera, incassando l’ennesima fiducia, Renzi ha commentato l’approvazione della riforma del lavoro sua e di Sacconi con un’entusiasta affermazione: “il Jobs Act è legge; ora l’Italia cambia davvero”. Davvero? Seriamente cambia l’Italia perché i padroni, anche quelli delle società che in quel modo si spartivano gli affari, potranno licenziare meglio di prima? Realmente sarà migliore il mondo in cui agli stessi sarà consentito di videocontrollare, attraverso gli strumenti, il lavoro dei loro dipendenti? È proprio vero che, potendo essi demansionare quanti lavorano per loro, il Paese inizierà a correre?

Non saprei. Secondo me gli investimenti non vengono fatti da chi onestamente potrebbe farli, per tutto quel contesto in cui si troverebbe a dover operare. Banalmente, perché non si fida. E la fiducia la si può imporre a un Parlamento terrorizzato dal vuoto o dal ritorno alle urne, ma non basta porne la questione nel mondo vero per vedersela riconosciuta. Pure da quelli che dovrebbero crederci abbastanza per dare il contributo necessario al funzionamento del sistema, fosse anche solo quello del loro voto.

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1 risposta a Le inchieste capitoline e la questione di fiducia

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