Il lavoro si paga

“Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza”. Lo scriveva Antonio Gramsci nei suoi Quaderni.

M’è tornato in mente leggendo lo slogan della manifestazione organizzata dall’Associazione nazionale archeologi e dalla Confassociazioni, con il contributo di Link e della Rete delle Conoscenze, svoltasi davanti al Pantheon con presidi e flash mob: “La cultura è lavoro e il lavoro si paga”.

Riuscite a immaginare una frase più semplice di questa? Eppure, oggi è necessario affermarla con mobilitazioni e proteste. Il diritto per cui un lavoratore debba veder riconosciuta la mercede giusta per la sua opera, in questo triste scorcio di economia post fordista, sembra essersi perso nei meandri dei tweet e dei post. Contro cosa protestavano gli operatori dei beni culturali a Roma sabato scorso?  Per denunciare la diffusione scriteriata del “modello Expo”, quello che, attraverso l’uso dei volontari, rimpiazza i lavoratori da pagare con altri a gratis.

Solo pochi giorni fa, infatti, il titolare del Mibac, Dario Franceschini, e il sottosegretario Luigi Bobba hanno dato il via a un protocollo inter-istituzionale finalizzato al reclutamento di duemila ragazze e ragazzi da impiegare, gratuitamente, ça va sans dire, “per la tutela, la fruizione e la valorizzazione del patrimonio culturale”. Recuperando l’altro concetto di servizio civile, lo Stato si serve di manodopera non retribuita, o pagata tanto poco che nulla, per attuare una sorta di “dumping spregiudicato”, come lo hanno definito gli organizzatori della manifestazione capitolina, che schiaccia ancora di più professioni già vessate da abusivismo e scarso riconoscimento economico.

Ora, io non lo so quali idee abbia il governo Renzi per il settore dei beni culturali, a parte la guerra che ha dichiarato alle Soprintendenze, ritenute arcaici vincolifici. Così come non capisco quale siano le motivazioni e gli obiettivi che in questo muovono la maggioranza politica e parlamentare che lo sorregge, anche se immagino che, al suo interno, essi possano divergere, e molto.

Però, è curioso che nel mentre non ci sia convegno in cui non si decanti l’importanza di quel patrimonio per l’Italia, agli operatori nel settore si dedichi così scarsa considerazione. Come lo immaginate il futuro di questo Paese, con giovani impiegati a far da guida nei musei for free, e studenti e stagisti impiegati a fotocopiare i nostri archivi per le biblioteche virtuali della Silicon Valley in cambio di una buona nota sui loro curricula?

Per carità, è un modo. Una volta, in Messico, una guida mi spiegò che il turismo è la maggiore risorsa dello Yucatan, e che le mance rappresentano la principale fonte di reddito per quanti lavorano nel settore. Anche quello è un modello, certo: ma pensavo che il nostro fosse un altro e che, come dire, mirasse a premiare un po’ di più la qualità del lavoro svolto. Magari sbagliavo.

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