Tocci e il senso tragico della sua coerenza

“A me rimane il problema di conciliare due princìpi opposti: la coerenza con le mie idee e la responsabilità verso il mio partito e il governo. Ho trovato solo una via d’uscita dal dilemma: voterò la fiducia al governo, ma subito dopo prenderò atto dell’impossibilità di seguire le mie idee e mi dimetterò da Senatore della Repubblica”.

Così Walter Tocci motiva la sua volontà di dimettersi. Una scelta sofferta, dice lui stesso, presa dinanzi alla propria coscienza e al significato che egli dà al suo impegno. Ma anche una grande lezione, di vita oltre che politica.

Tocci ci dice che ci sono momenti in cui i propri ideali e i propri valori non possono essere piegati oltre, e quindi smette. E non lo fa eludendo la questione principale dell’essere rappresentante, contemporaneamente, di chi l’ha votato per le sue idee e del partito a cui è iscritto: prova, lotta, soccombe, perde e ne prende atto.

Ma il senatore Pd scopre anche altri due aspetti col suo gesto. Il primo, quando parla di coerenza con le sue idee e responsabilità verso il suo partito come di “princìpi opposti”, pone in risalto una contraddizione dura e insanabile: non può il proprio partito essere in opposizione ai propri ideali. Altrimenti, l’appartenenza al primo o la fiducia nei secondi sono fuori luogo. Se ne accorge egli stesso del cortocircuito, è infatti lo spezza con il gesto delle dimissioni.

Il secondo è più velato, e riguarda la contrapposizione fra la rappresentanza di chi lo ha votato e quella del partito a cui è iscritto. Pure questa non dovrebbe esistere, perché (e non a caso la Costituzione ne prevede l’indipendenza da mandato imperativo) è l’eletto il depositario della rappresentanza, non il partito. Eppure, le parole di Tocci, paiono scoprire anche l’inesattezza di questa rappresentazione nella situazione attuale. E questo è uno degli effetti traumatici e peggiori di un sistema elettorale in cui, in fin dei conti, nessuno può dirsi pienamente titolato alla rappresentanza. Pure qui, la soluzione al paradosso che il parlamentare trova è a suo modo impeccabile, altro che “senatori che perdono tempo per non perdere la poltrona”, come ebbe a definire Renzi quelli, come Tocci, che si opponevano al disegno costituzionale suo e di Verdini.

Come Trentin nel ’92 sfidato da Amato, Tocci non vuole arrendersi al principio che ci sia un tempo in cui finisca la libertà di trattare perché le condizioni sono emergenziali, ma come il sindacalista, schiacciato dalla doppia realtà della responsabilità per quello che è stato e la linearità con i propri ideali, perde, approva e si dimette per ritrovarsi. La sua coerenza è verso le sue idee, ma anche verso la sua appartenenza, ha un senso tragico, come il suo gesto, che diventa nello stesso tempo resa e affermazione, monumento, nel senso proprio di segno posto a ricordo, alla necessità di fare i conti con quello che si è.

Quale tale, è ineludibile, salvo banalizzarlo; e credo che sarà quello che principalmente verrà fatto. “Sì, si dimette, ma intanto ha votato a favore”. Oppure: “presenta le dimissioni perché sa che il Senato le respingerà”. E ancora: “era meglio rimanere e lottare contro, ora Renzi ha un posto in più”. Tutto vero, certo, soprattutto il fatto che i senatori potrebbero respingere le sue dimissioni, “per regolamento”, mi ricordava un amico stamattina, o per evitare di dover fare i conti con quel gesto che li espone a quel monumento nel senso di cui parlavo prima.

Tocci è, a suo modo, totus politicus, e quel gesto è quello che lui sa essere la politica: la passione della sua vita, come scrive egli stesso. Una passione che lo lega, contemporaneamente, a quella doppia responsabilità e lealtà, e che non sa risolvere se non come ha fatto.

Voglio dire che mi sarei comportato ugualmente? No, per nulla. Io, fra Antigone e Creonte ho sempre dato ragione alla prima. Al suo posto, non avrei votato la fiducia, anzi, avrei votato “no”. Poi, probabilmente, mi sarei dimesso ugualmente, ma per rispetto delle mie idee, non del partito. Ma è diverso, io sono di razza cafona, concetti come “responsabilità verso il mio partito e il governo”, o altre forme di idolatria dello Stato, non m’appartengono: “lo Stato è più lontano del cielo, e più maligno, perché sta sempre dall’altra parte”.

Però questa è un’altra storia.

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