Ce lo chiede Marta

Circolava già da quest’estate, e in alcune assemblee capitoline anche da prima, l’idea dello sciopero sociale, della possibilità che cittadini e lavoratori variamente intesi e organizzati, potessero “incrociare le braccia” contro le politiche di austerity, il continuo scaricare in basso gli effetti della crisi, i ripetuti attacchi ai salari e ai diritti.

In questi giorni, con un curioso spot, l’idea ha ripreso girare anche sui social network. Il breve video si intitola #NotInMyName e, parodiando le parole del segretario del Pd, fa rispondere Marta, nome simbolico evocato nel suo messaggio ai sindacati, e le sue amiche “troppo garantite” a proposito delle indorate visioni bucoliche di prati verdi e fioriti che si aprirebbero appena approvato il Jobs Act.

Ieri, Landini e la Fiom hanno espresso la loro posizione rispetto alla riforma del lavoro in discussione (si fa per dire) al Parlamento e voluta (eufemismo) dal Governo: “Siamo pronti ad occupare le fabbriche perché ci chiedono di abbassare i salari. Se Renzi pensa di fare il figo dandoci ottanta euro e se pensa che noi siamo i coglioni che accettano di firmare la riduzione, si sbaglia di grosso”.

Le due cose, sciopero sociale e occupazione delle fabbriche, si tengono insieme per un motivo: nascono entrambe dalla considerazione che qualsiasi discussione che tenti di recuperare la possibilità della condivisione del processo decisionale attraverso i meccanismi di partecipazione e coinvolgimento garantiti dalla democrazia rappresentativa è finita e non è più percorribile. Perché? Basta guardare ai fatti. I sindacati sono relegati a “vecchio arnese”, buoni solamente a diventar spauracchio, i partiti a orpello cerimoniale per il trionfo del leader, le stesse assemblee elettive vengono sottratte sempre di più all’azione dei cittadini attraverso sistemi bloccati, premi, meccanismi di secondo livello appannaggio dei già eletti. Quale spazio rimane a chi la pensa diversamente dai governanti? In questo sistema e nella sua organizzazione, praticamente nessuno.

È normale, quindi, che in tanti, e sempre di più cerchino una diversa organizzazione della propria partecipazione alla vita pubblica e della propria rappresentanza, anche attraverso metodologie dure e non proprio ortodosse. Dopotutto, “serve un cambiamento violento”, no?

Inoltre, aggiungiamoci lo stato reale della situazione. Per esempio, quando Landini dice quelle parole, pensa agli operai della ThyssenKrupp di Terni, che potrebbero trovarsi davanti al ricatto di dover accettare una ricetta che prevede decurtazioni salariali del 20% e tagli dei livelli occupazionali, pena la chiusura e il licenziamento, e non se la sente di far proprie le parole del presidente del Consiglio quando ritiene che rivendicare la dignità del lavoro e l’adeguatezza delle retribuzioni sia solo “difendere un privilegio”, non affermare un diritto. Perché quella lì si chiama ThyssenKrupp come quell’altra di Torino, e l’abbiamo già visto che cosa voglia dire godere di quel privilegio.

Le mille Marta dei call center o della Gdo e i tanti Cipputi delle sempre meno fabbriche ancora rimaste, raccontano la stessa storia: quella di un lavoro dipendente messo sempre più alle corde da un padronato (se vi dà fastidio la parola, ce ne faremo una ragione) che coglie al volo l’occasione di poter usare contro di loro il ricatto dell’esercito di riserva determinato da una disoccupazione sempre crescente e le sponde offerte da un governo e un legislatore che, a parole, coprono da sinistra una squallida operazione reazionaria e conservatrice chiamandola “cambiamento”.

Per questo è necessario opporsi a un simile inaccettabile scambio praticato all’interno di una voluta frattura fra i lavoratori, e rivendicare un comune interesse di classe. Partendo, però, dalla riacquisizione di una piena coscienza capace di superare le false oggi dominanti. Perché ce lo chiede Marta, appunto. E pure Cipputi.

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