La necessità del confronto

“Attacco discorso con la mia vicina, un’anziana pendolare sfinita dall’elenco di preoccupazioni appena riversate al telefono. ‘Tanto so già che cosa scriverà: che è una guerra fra poveri. Poi ve ne fregherete. A voi piacciono di più le guerre fra i ricchi, di quelle sì che parlate’. Tipo? ‘Berlusconi e sua moglie. O Montezemolo e quell’altro col maglione. Lì chi ci perde vince trenta milioni di euro, io invece ne guadagno seicento al mese e mi faccio tutti i giorni tre ore di questo autobus’”.

Sembra un reportage dalla periferia del mondo, ma è solo quella di Roma, sulla linea del 508, che da Ponte Mammolo porta nella frazione di Corcolle, a est della Capitale, fuori dalla cinta del Gra, attraversata con uno di quei bus saliti agli onori della cronaca per gli assalti delle ultime settimane, e su cui sale pure Gabriele Romagnole de la Repubblica, per conoscere e farne conoscere la realà.

Dai finestrini del pullman scorrono pezzi di città in cui si sopravvive, perché già vivere è un lusso a cui quei viventi non anelano: immondizie, prostitute, vagabondi disperati alle fermate, assalti ai mezzi pubblici, droga, e continuate voi l’elenco, tanto il catalogo dell’esistenza dei moderni miserabili lo conoscete un po’ tutti.

Il racconto che passa da quei verti a quelle parole è la visione di un Paese in forte difficoltà. E non perché il sistema stia per crollare, tutt’altro: proprio perché il sistema gode di ottima salute. Il sistema del potere e il suo perpetuarsi, intendo. Il capitalismo, se non v’offende il sentir chiamare le cose col nome che avevano. Quell’organizzazione della produzione, dei rapporti economici e di ogni aspetto della società, in cui è premiato solo chi ce la fa: gli altri, semplicemente, sono abbandonati a sé stessi, con le loro rabbie, le loro paure, la coscienza della propria impotenza che genera rancore e violenza.

Oggi più che ieri servirebbe riprendere il confronto, parlarsi con calma per capire ognuno le dimensioni dell’altro, per cercare la strada utile e necessaria ad uscire insiemi dai problemi, che è la politica, come spiegava Don Lorenzo Milani, mentre è avarizia pensare e provare a salvarsi da soli.

Invece, oggi più di ieri, il verbo è un altro: competizione, concorrenza, lotta inesauribile degli uni contro gli altri, perché non è tempo di confronti è compromessi. Come coloro che, con le parole di Euripide, il dio rende folli perché vuol distrubbere, tutti corriamo all’impazzata verso il dirupo che ci si apre dinanzi, scambiando il cadere nel precipizio per il librarsi in aria nel volare.

E si vorrebbe gridare a tutti di fermarsi, e si prova anche a farlo. Ma si viene derisi, emarginati, guardati con sospetto e ignorati da quelli che, simili ai topi di Hamelin, seguono la musica di un pifferaio interessato a farli precipitare in mare.  Basterebbe fermarsi a pensare, ma il demone della vuota azione possiede ormai ogni cosa, e i pochi esorcizzati, cercano di fermare cantando, insieme alle pecore savie di Scotellaro, la canzone della redenzione per i pastori: “Per dove ci portate/ lì c’è l’abisso, lì c’è il ciglione”.

Tutto inutile, tutto vano. Il treno è partito e non vuole arretrare di un millimetro o discostari dalla sua traettoria. Eppure, che la china sia pericolosa lo si può leggere in ogni angolo delle città. Ancora dal bell’articolo di Romagnoli: “A Tor Tre Treste sta scritto sul muro: ‘morte ai ricchi’”. Fermiamoci a riflettere, prima che qualcuno possa incitare i sempre più arrabbiati a passare da quelle parole alle tremende vie di fatto.

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