200 morti al giorno, ma non è colpa di nessuno

Scusate la rudezza del titolo, ma non sapevo come altro iniziare: 8 morti ogni ora, uno ogni sette minuti e mezzo, 600 in soli tre giorni. È il triste e ripetuto bollettino di una guerra di cui non vogliamo accorgerci, quello che ancora una volta l’Unhcr stila sulla macabra contabilità dei caduti nel mare fra l’Europa e il resto del mondo.

È il bollettino della guerra che sull’altra sponda del Mediterraneo, in Africa come in Medio Oriente, a sud del Sahara o nel nord dell’Iraq, donne, uomini e bambini combattono contro i loro nemici di sempre: miseria, fame, malattia.

Fossimo stati in campagna elettorale, non sarebbe mancato chi di questo avrebbe accusato l’Europa come istituzione, cosa che fece il nostro capo del Governo nello scorso mese di maggio, rinfacciando a Bruxelles di “salvare le banche e lasciare morire i bambini”. Ma quella competizione per i voti è finita, e non ci sono nemmeno orse da salvare da dosi letali di anestetico, né disorientati capodogli da uno spiaggiamento; queste tragedie sono orfane, come i bambini che rimangono a piangere i loro genitori ingoiati dai flutti, e disperate, come le madri che non possono trovare pace per quei piccoli corpi annegati.

Però noi non siamo i custodi dei nostri fratelli, a noi “che importa?”, come ha ricordato il Papa parlando della guerra e dell’affarismo a questa legato e come tutto ciò prosperi e si affermi nel modo peculiare dell’individualismo interessato ai propri destini quanto disinteressato delle sorti altrui con cui Caino guarda alla storia. Non importa delle conseguenze del colonialismo che ancora perpetuiamo per i nostri bisogni d’energia e materie prime, non importa conoscere gli effetti delle nostre decisioni militari affrettate e dettate dalle ragioni e dalle paure dell’economia, non importa sapere che nella nostra ricchezza nazionale ci sono anche le armi da cui quei bambini fuggono, le mine su cui perdono le gambe, i veleni che li decimano.

Ma non è colpa di nessuno, tranquilli. Noi e le nostre coscienze possiamo stare al sicuro, riparati, protetti. Sono morti in acque libiche, che c’entra l’Europa? Sono morti per colpa di scafisti senza scrupoli, che c’entra l’Italia? Sono morti a causa di un destino che da sempre divide il mondo in due, fra chi ha una speranza e chi ha perso pure quella di averne mai una, che c’entro io?

Nulla, infatti. E nulla cambia, appunto. Poco meno di un anno fa, il 3 ottobre, piangevamo i 366 morti della “tragedia di Lampedusa”: oggi sono quasi il doppio, senza che nulla accada, che niente cambi, che nessuna cosa si smuova dal solito, drammatico posto.

Anzi, oggi abbiamo Frontex plus, perché quelle, le frontiere, vanno difese, e da nostrum, che un po’ di responsabilità, seppure solo come concetto astratto, la implicava, quel Mare pare quasi diventare esclusivamente eorum, affare di quelli che provano a passarlo e, se non ci riescono, che dentro vi naufragano e trovano la morte

Non è un nostro problema, a noi “che importa?”. Noi siamo la civile Europa, quella che gioisce per muri abbattuti a Berlino, ma anche dei muri issati contro i poveri a Ceuta e Melilla, quella che corre in soccorso delle vittime del terrore lontano, e non vede l’orrore che uccide vicino, quella che parla di ideali illuminati, mentre si muove nell’oscurità dei valori disattesi.

Tranquilli, non è colpa di nessuno. Siamo tutti innocenti e tutti assolti, “noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, noi che troviamo tornando a sera il cibo caldo e visi amici”; i condannati, e quindi colpevoli, stanno già pagando.

Sperando che il mare sia per loro più lieve di quella terra che li ha scacciati e di questa che non li accoglierà più. Nemmeno da morti.

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