Il nemico pubblico

Quale triste mondo è quello in cui chi spaccia droga, chi sfrutta la prostituzione, chi traffica illegalmente in rifiuti, diventa una specie si benefattore della crescita, mentre chi evita di sprecare il cibo sulla sua tavola, chi sta attento a non consumare scriteriatamente l’energia di cui può disporre, chi cerca di far durare il più a lungo possibile le cose che ha e che usa, quasi diviene un reprobo della società, responsabile del rallentamento dell’economia e dell’impossibilità della ripresa? Questo, purtroppo.

Perché, pensateci bene, cosa vuol dire che da oggi le attività criminali saranno conteggiate, in modo approssimativo, nel calcolo del prodotto interno lordo degli Stati europei e, contemporaneamente, l’invito, sostenuto e costante, ai cittadini di riprendere i consumi? Che quelle attività, in un certo senso, fanno bene al sistema, mentre la morigeratezza dei consumatori potenziali, per quanto più indotta che spontanea, invece, lo danneggiano.

Insomma, è così curiosamente sovvertita la logica del buonsenso, che chi punta alla distruzione di quello c’è per avere sempre più beni da buttare ancora, dimostra attenzione per la società e il suo futuro di “sviluppo e crescita”, chi, al contrario, pensa che progresso e benessere non siano per forza da ricercare nelle dinamiche di “produzione e consumo” della società affluente, ma possano e debbano essere cercate in altri ambiti e perseguite con diversi metodi, preservando e risparmiando ciò che esiste, è un egoista che non pensa a quelli, per vivere, hanno bisogno che lui sprechi.

Non so, non ho la soluzione, non conosco la ricetta per rimediare e riparare a tutto questo. Ma ho il dubbio che il vangelo che predica il consumo, spesso non necessario, di beni, territori e anche persone, non sia proprio quello giusto di cui farsi apostoli e predicatori.

Se non altro perché, continuando a consumare tutto come se un domani non dovesse mai arrivare, il giorno in cui questo arriverà, non avremo nulla con cui affrontarlo, o da lasciare a quelli che dovranno viverlo, quando noi non ci saremo.

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