L’insegnamento della lentezza

“Forse la frase più importante che la storia insegni agli uomini è: ‘A quel tempo nessuno sapeva ciò che sarebbe accaduto’”. Lo scrive Haruki Murakami in 1Q84, e nulla penso che sia meno vero. Non certamente nel senso che “a quel tempo nessuno sapeva”, ma in quanto ciò sia proprio quello che insegni la storia agli uomini. Anzi, semmai è vero il contrario.

Ricordate il novembre 2011? Monti era la speranza dell’Italia, ma anche l’ultima spiaggia e la possibilità a cui non ci sarebbe stato appello. Il suo arrivo era stato annunciato dai titoloni dei giornali padronali con l’accorato appello a fare presto. E ricordate l’anno dopo? Nessuno voleva dire d’averlo sostenuto, se ne criticavano i provvedimenti, gli stessi che si erano approvati, e se ne prendevano le distanze.

Ricordate la primavera del 2013? Letta l’ultima chance; dopo di lui, sarebbe stato il baratro. Tutti lettiani e guai a criticare, ché si alimenta l’odio che già il giorno del giuramento aveva armato la folle mano d’uno squilibrato. Le larghe intese sola àncora di salvezza per un Paese alla deriva e la benedizione di Napolitano che calava a garantire la stabilità dell’azione riformatrice del Governo. I Saggi erano al lavoro sulla Costituzione, l’articolo 138 doveva saltare per garantire snellezza al compito dei neo costituenti, i sorrisi, le pacche sulle spalle e “Concordia” era il sentimento più diffuso e il nome di una nave che veniva su dall’abisso. E ricordate dieci mesi dopo? Enrico stai sereno, che noi ti sostituiamo, e meno male, se no sai Grillo dove arrivava?

Oggi, sono tutti renziani. Di più: Renzi è il leader di tutti. Del suo partito e del suo esecutivo, ma anche del Parlamento e dell’Italia. Il suo carro procede spedito, fra archi di trionfo che si allargano sempre più, per consentire il passaggio di quel codazzo di corridori in suo soccorso che s’assiepano lungo le sponde, non riuscendo ormai a trovar più posto sopra, per quanto è pieno.

Non tifare per lui è lesa maestà, antipatriottismo, disfattismo da gufi e rosiconi (strane e terribili fiere da bestiari postmoderni). Adesso il treno delle riforme è partito e nessuno osi fermarlo, nessuno osi mettere in discussione il suo diritto a riformare la Costituzione, seppur con il voto di Camere elette e determinatesi nei numeri in virtù di un sistema incostituzionale (lo ricorda qualcuno?), nessuno osi provare a ostacolare il suo progetto di governo e di cambiamento.

E chi vuole farlo? Davvero: chi è che vuole mettere i bastoni fra le ruote del carrozzone del vincitore? Chi ha questa assurda volontà conservatrice e antimodernista? Caso mai, e al massimo, ci sono quelli che non partecipano alla festa per vari motivi. Alcuni non la sentono loro, e non vogliono disturbare, altri sognavano e sognano qualcosa di diverso, a qualcuno, infine, tutto quel rumore e quella corsa a far parte di qualcosa non interessa affatto.

Poi ci sono quelli che non si fidano, che aspettano che finisca, anche solo per non rimanere delusi, visti i precedenti miti millenaristi degli ultimi anni. E infine, ci sarà anche qualcuno, fosse pure uno solo, che non subisce il fascino del potere, che, pur di vincere, non è disposto a perdersi o che, dinnanzi alla prospettiva di far parte di un inner circle come quello di quei potenti, in cuor suo e guardando la compagnia, si dice non sum dignus, qualunque significato e senso si voglia dare a queste parole?

Oppure, semplicemente, aspetta di capire che cosa c’è dietro e in fondo a quel pensare comune e totale, prima di sposarlo come sua unica ragione di vita. Sapete, “se c’è una cosa amara, desolante, è quella di capire, all’ultimo momento, che l’idea giusta era un’altra, un altro movimento”.

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