Non possiamo far a meno delle rose

Certo, il pane ci serve. Eccome se ci serve. E ci servono le cose pratiche, di tutti i giorni. Ci serve che lo Stato funzioni e che i giovani possano trovare lavoro. Ci serve che chi lavora guadagni abbastanza da non essere povero e che i poveri siano sempre di meno. Ci servono i treni e ci servono le tecnologie, una sanità e una scuola efficienti e un sistema della pubblica amministrazione efficace.

Tutto questo serve. Ma ci sono anche altre cose di cui non possiamo fare a meno. Tutti quei principi, quei diritti, quelle regole che costituiscono l’essenza stessa del nostro essere una repubblica democratica.

Perché, pensando alla Costituzione, anche ai tempi dell’Assemblea costituente si doveva fare in fretta, e si fece, e pure allora si era nel bel mezzo di difficoltà economiche e sociali, e ogni paragone con l’oggi sarebbe inconcepibile: lì il Paese era da ricostruire, in tutti i sensi. Eppure, i costituenti non tralasciarono le questioni di principio, di forma. Non archiviarono le voci che arrivavano dall’esterno come indebite pressioni di minoranze conservatrici o professori saccenti. No, tutt’altro. Seppero aprire dialogo e confronto, tener dentro le voci minoritarie, molte delle quali, penso a Calamandrei su tutti, espressione di minoranze con numeri così bassi che oggi, se fossero adottati i criteri guida dell’attuale Governo e di grosse fette della maggioranza che lo sostiene, non darebbero diritto nemmeno a prendere la parola in un assemblea di condominio.

Ma all’epoca non fu così. In quel testo scritto in un Paese in macerie, trovarono un posto d’onore questioni e metodi che la logica della velocità applicata all’emergenza economica avrebbe relegato, nella migliore delle ipotesi, a discussioni al margine dei lavori.

Invece, la repubblica fu fatta democratica e fondata sul lavoro. Il lavoro inteso come il partecipare e prendersi cura del suo funzionamento e della sua formazione e crescita. Una parola, cura, che mi rimanda a quelle del poeta latino Igino, Cura enim quia prima finxit, teneat quamdiu vixerit, poiché fu la Cura che per prima diede forma (all’uomo), lo possiede finché esso viva, o a quelle di Heidegger, che in essa vedeva l’essere dell’esserci, la struttura fondamentale dell’esistenza. Ma anche alle parole di un’amica, Mara Degiorgis, che si candida a sindaco in un paese del Roero, Cherasco, per poter prendersene cura, per portare il suo esser donna e cittadina nel porre attenzione a quei beni comuni che, messi insieme e tutelati, fanno il motivo per cui si è comunità, con spirito collettivo, perché, lei che insegna musica, sa quanto è importante l’accordo per trovare l’armonia e come è duro e gratificante ricercare l’assonanza fra le voci in un coro.

E l’Italia nacque tutelando i diritti di tutti e impegnata a rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Quei diritti civili e di cittadinanza per cui si batte da sempre un altro amico, Daniele Viotti, che si candida alle elezioni europee non per ambizione personale, ma avere un megafono più forte con cui ribadire le ragioni di questi principi; perché, nella difesa di quei diritti, o ci credi oppure no, e non si possono mettere da parte se ci sono altre emergenze, perché chi lotta per il loro riconoscimento, è tutta la vita che aspetta, e il suo turno pare non arrivare mai.

Il sistema politico, poi, fu pensato centrato sul Parlamento, perché la governabilità è certo importante, ma ancora di più lo è la rappresentanza. Perché rappresentando le istanze e le sensibilità si tiene insieme un Paese, in tutte le sue parti, mentre cercando la garanzia del governo attraverso lo sbarramento dell’accesso alla rappresentatività di chi ha meno forza e premiando ancor di più chi già ne ha molta, si determina il dominio di una parte, e non è detto che sia sempre la parte migliore.

C’è l’economia da riavviare e ci sono le produzioni da far ripartire, certamente, ma quelle non possono venir prima di chi muore di fame, e non è un modo di dire. A chi dice “se non riparte la crescita, non ci sarà ricchezza da dividere”, ricordo che prima che quella crescita s’arrestasse, la ricchezza non veniva affatto spartita, e di fame si moriva ugualmente. E c’è da creare lavoro, di sicuro, perché nessuno sia escluso o spinto al di fuori della società. Ma il lavoro, per essere inclusivo e fonte di cittadinanza, non può essere creato a scapito dei diritti; perché altrimenti è un’altra cosa.

Non possiamo commuoverci alla notizia di tre carabinieri che pagano gli hamburger rubati per fame, e fanno bene, ché anche le guardie sanno che è un delitto il non rubare quando si ha fame, e poi tacere, o addirittura applaudire, se i governanti varano leggi per impedire a chi muore di fame di provare a trovare una vita migliore solcando il Mediterraneo o a chi muore di freddo di cercare un riparo in un edificio abbandonato, o semplicemente sulle grate di una stazione della metropolitana. Perché la fame e il freddo urlano sempre nello stesso modo e con la medesima lingua; sono le nostre orecchie a essere spesso imparziali nell’ascolto e nella comprensione.

Tutte queste cose qua non sono noiose rivendicazioni di chi ha tanto tempo per pensare e poche responsabilità a cui far fronte. Sono il senso del nostro essere civili, del nostro stesso discorso comunitario, del nostro dirci moderna democrazia.

Perché se l’unico scopo è l’efficienza e l’efficacia del meccanismo, se l’avere un po’ di più in termini materiali è l’unico obiettivo, e se per quello, e solo per quello, ogni eventuale dissenso deve essere tacitato, banalizzato, colpito, noi, che democrazia siamo?

Ecco, allora, il pane è fondamentale, ci serve ed è necessario, e per questo rispettiamo chi crea le condizioni per produrlo e distribuirlo. Però, non possiamo far a meno delle rose.

E se gli altri si accontentano, a noi un po’ dispiace.

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