Oppure modificare l’articolo 1

“Studi della Banca d’Italia mostrano come rapporti di lavoro più stabili possano stimolare l’accumulazione di capitale umano, incentivando i lavoratori ad acquisire competenze specifiche all’attività dell’impresa. Si rafforzerebbero l’intensità dell’attività innovativa e, in ultima istanza, la dinamica della produttività”.

A pronunciare queste parole non è stato un vecchio arnese del sindacato, né un professore invecchiato fra carte e libri nel mito del socialismo. No, è stato il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco lo scorso 29 marzo, in occasione del convegno biennale del Centro Studi di Confindustria.

E non lo ha detto perché intendeva superare a sinistra il Governo, già allora impegnato nella polemica interna alla maggioranza sul Jobs Act, o per fare un dispetto ai suoi ospiti industriali, ai quali, il giorno prima, non aveva risparmiato critiche. Tutt’altro. Credo, invece, che Visco abbia detto quelle parole perché è davvero convinto che il modo per far ripartire l’occupazione e l’economia sia quello, come ha dichiarato nella stessa occasione, di migliorare la competitività delle imprese “la valorizzazione del capitale umano di cui dispongono, anche in collaborazione con il sistema di istruzione e di ricerca”. E non ha torto, anche se potrebbe non bastare senza una politica capace di dar corso a tutta una serie di azioni per favorire attivamente l’occupazione, compresa la ripresa di un’importante stagione di investimenti pubblici. Tutto il contrario di quello che, però, sta avvenendo.

Il dogma sul quale oggi si procede è ancora quello che ci ha portati alla paralisi del sistema produttivo, improntato a una continua riduzione dei bilanci e del peso degli Stati (“affamando la bestia”, intesa appunto come lo Stato, si potrebbe dire riprendendo lo slogan di David Stockman, il responsabile del bilancio di Ronald Reagan) nella determinazione delle scelte di politica economica e lasciando a governanti e legislatori solo il compito di assecondare il processo con misure e interventi in campo giuslavoristico.

Il problema, però, è l’individuazione del fine del processo che quel dogma persegue. Perché quello è tutt’altro che la piena e buona occupazione. Anzi, se questa rimane bassa e scadente è pure meglio: si forma e si rinforzano i ranghi di un “esercito industriale di riserva”, come lo definiva il Moro di Treviri nel I libro del Capitale, sempre buono per marciare su diritti e rivendicazioni dei lavoratori.

Il mercato è globale, e perché finisca il numero dei lavoratori potenzialmente acquirenti che reggeva lo schema base del fordismo o si determino le condizioni perché la “caduta tendenziale del saggio di profitto” renda non più sostenibile l’arroganza proterva del capitale, c’è tutto il mondo da attraversare, e i tempi sul giro di Phileas Fogg e Passepartout sono davvero molto lontani.

Quindi, non si sconvolga chi governa per i dati della disoccupazione che continua a salire, perché quello non è un accidente del percorso: è proprio la strada lungo cui si è scelto di camminare. Quella che propone un lavoro sempre più precario e sottopagato, quella che impone a tutti di rinunciare a tutele e garanzie, quella che spiega nel vangelo della flessibilità le parabole di un benessere che è sempre più per pochi. E quella che, per funzionare, ha bisogno che i senza lavoro, i poveri e i ricattabili siano sempre di più: altrimenti, per riprendere l’immagine marxiana di prima, con quali truppe imporrebbe il proprio ordine?

C’è un “però” in tutta questa storia. La nostra è, o meglio sarebbe, “una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. E se è fondata sul lavoro, è a quello che lega, in un certo senso, anche i diritti di cittadinanza. Se è fondata sul lavoro, chi non fa parte della comunità dei lavoratori è come non facesse parte della comunità dei cittadini. Se sul lavoro si fonda tutto, venendo meno questo, viene meno un po’ anche tutto il resto, si diventa estranei al proprio Stato, alla propria società, alla propria Repubblica.

Ecco perché, anche per quello, una volta da sinistra si chiedeva “buona e piena occupazione”. Un obiettivo che, visto che è pure di diritti e cittadinanza che si sta parlando e dato che questi la Costituzione li lega al lavoro, dovrebbe essere fatto proprio dai governanti, al di là del colore e ben oltre gli approcci meramente legislativi.

Oppure, in alternativa, si potrebbe sempre modificare l’articolo 1.

Buon primo maggio. Chissà ancora fino a quando.

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