Contro la mitopoiesi del tempo presente

La continua creazione di favole e la costruzione delle ideologie fanno parte delle normali attività di ogni civiltà in qualsiasi epoca. La mitopoiesi del tempo presente, però, è sinceramente spropositata.

I miti attuali, tutti, sono troppo forti, irruenti, e anche arroganti e protervi nelle pretese. Uno, in particolare, è davvero opprimente: quello della meritocrazia. Il mito, fin dalle origini della cultura occidentale, serve a spiegare, ma anche a giustificare, i fenomeni naturali o l’ordine sociale. Ecco, sotto questo aspetto, la meritocrazia è un mito nel senso pieno del ruolo classico: spiega e giustifica le cose che accadono e che vengono determinate dall’ordine e dall’organizzazione della società. Ma è la spiegazione giusta e vera? No, è quella appositamente costruita, facilmente veicolabile, perfettamente funzionale ai fini dei tutori dell’ordine che la stessa ideologizza. Il mito, infatti, spiega, non svela.

Quello del merito, nella fattispecie, serve a far sì che il modello di organizzazione della società contemporanea possa essere, in qualche modo, venduto, se non come giusto, almeno quale migliore possibile. Un po’ come la democrazia, intendiamoci, che altro non è se non un’ideologia come tante, o il capitalismo, che non ha segnato la morte delle ideologie, ma si è semplicemente affermato come l’unica ammissibile.

Ma torniamo al merito. Il mito dei bravi-e-perciò-vincenti serve, ribaltandolo nel dato fenomenico, a far apparire come necessariamente bravo ogni vincente. Come dire: se uno è in una posizione migliore di un altro è giusto che sia così, perché è più capace, perché lo merita, appunto.

Che non sia è vero, non sempre almeno, è ovvio quanto superfluo ribadirlo. L’idea, ad esempio, che il ricco sia tale perché, e solo perché, lo merita è una visione assurda, che fa a pugni con la realtà, specialmente quando i bravi, e quindi meritevoli di ricchezza, sembrano nascere tutti nelle famiglie dei già ricchi (come non ricordare qui le parole di quella Lettera a una professoressa dei ragazzi di Don Lorenzo Milani: “Voi dite di aver bocciato i cretini e gli svogliati. Allora sostenete che Dio fa nascere i cretini e gli svogliati nelle case dei poveri, ma Dio non fa questi dispetti ai poveri. È più facile che i dispettosi siate voi”).

E la dimostrazione della menzogna sul merito l’abbiamo tutti i giorni, davanti ai nostri occhi. Se non fosse solo un mito utile a tener buoni i più, avremmo forse personaggi da commedia (e i comici ringraziano, attingendo di là a piene mani) a guidare e rappresentare le nostre istituzioni più alte, dai parlamenti, italiano ed europeo, ai governi, centrali e locali, fino alle aziende di Stato e a quelle private? E non sono spesso i migliori talenti quelli che vanno via, tanto da aver coniato l’espressione “fuga dei cervelli”, per indicare il fenomeno che ci lascia, in cambio, una classe dirigente divenuta tale per sottrazione, un po’ come quelle descritte da Carlo Levi nella Gagliano di Cristo si è fermato a Eboli? E se tutto questo è vero, perché ancora continuare con questa stanca liturgia del merito?

Quindi, superiamolo, ve ne prego, sveliamo la realtà dietro il mito, cerchiamo la verità, anche se è brutale. Il mondo è così, perché così lo definiscono i rapporti di forza che ci sono. E dove quelli non arrivano, arriva la fortuna. Facciamo, per questo, un esercizio individuale di ammissione della realtà, ognuno per sé.

Io non ho nessun merito per le cose che mi sono capitate. Non ho merito per la mia laurea in Filosofia conseguita a 23 anni, né per il 110. Non ho merito per la specializzazione successiva, né per essere iscritto a un albo professionale. Non ho merito per il mio lavoro precario da poco più di mille euro al mese, né per averlo trovato solamente a poco più di mille chilometri da dove sono nato. Non ne ho, perché persone più preparate di me per trovare un lavoro pagato la metà del mio, o anche meno, han dovuto fare il doppio dei chilometri, o anche di più. Non ne ho, perché a scuola ci son potuto andare, e non è stato merito mio. Non ne ho, perché molte cose le ho potute fare e tante, semplicemente, mi sono andate bene, ma chi non avuto quelle possibilità e quella sorte non è perché non le meritasse.

Se qualcuno volesse mai redigere anche solo una sorta di Prolegomeni a ogni futura critica della meritocrazia che si presenti come scienza, per fare un po’ il verso a un’opera del grande Konisberghese, penso che dovrebbe partire proprio da qui, ammettendo la semplicità di ciò che tutti sanno essere così. E cercare di capire come, ancora una volta, il “mondo vero” finì per diventare favola.

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