Stay human, if you can

“Stay hungry, stay foolish” è la formula del successo, almeno nel vangelo secondo Steve Jobs. E il guru della Apple di successo se ne intendeva, eccome; nessuno lo metterebbe mai in dubbio. Infatti è sulla natura del successo che vorrei interrogarmi.

Perché sulla strada indicata dall’inventore dell’iPhone, forse si raggiunge l’affermazione individuale, il successo declinato al singolare. Farne un messaggio sociale, come sempre di più si sta facendo in questi tempi, però, può essere un errore. Almeno in prospettiva. Mi spiego meglio.

Un paio di giorni fa, una persona a cui tengo particolarmente m’ha gelato con una battuta: “da tempo – ha detto – prendo tutto con sano cinismo”. In una dimensione sociale, il cinismo non è mai sano: è patologico. Può servire per l’affermazione individuale, per il successo, certo, ma distrugge tutto il resto.

Eppure, nell’epoca triste in cui viviamo, questa è la misura dell’agire dei vincenti. Anche, se non soprattutto, quando si veste d’abiti più eleganti e s’accompagna a concetti più elevati. Fra tutti, ad esempio, la meritocrazia, che è il principio, secondo i vittoriosi, che giustifica, quasi sacralmente, il loro diritto al successo, e che colpevolizza gli sconfitti e i perdenti. Perché, dicendo che è il merito ad assegnare vittorie e sconfitte, si dice che chi vince, proprio perché vince, è bravo e chi perde, perde per colpa sua. Come se ci fossero i buoni, e questi nascessero già vincenti e nelle famiglie e nelle cerchie dei già vincenti, e i cattivi, condannati alla sconfitta e spesso figli e amici degli sconfitti.

E i cattivi vanno bocciati, respinti, sconfitti appunto. “Voi dite di aver bocciato i cretini e gli svogliati. Allora sostenete che Dio fa nascere i cretini e gli svogliati nelle case dei poveri, ma Dio non fa questi dispetti ai poveri. È più facile che i dispettosi siate voi”. Lo scriveva Don Lorenzo Milani nel 1967, ma lo diceva invano allora come lo ricordo vanamente io adesso.

Oggi è l’era in cui chi “fa il grano” spiega agli altri che c’è riuscito perché è bravo, e tiene conferenze e seminari per spiegare come si fa. Steve Jobs ai giovani laureandi di Stanford, ma anche capitani d’industria nostrani e molto più tipici, diciamo, come Oscar Farinetti, il patron di Eataly, con i suoi sermoni sul coraggio. Vere e proprie lectiones magistrales in cui gli affermati, gente che mai farebbe proprio “il dubbio dei vincitori” (per rubare le parole al titolo di una raccolta di poesie di Ingrao; a proposito: auguri Pietro), sembrano dire: “signori, il catalogo è questo, questi i trucchi e queste le strade; se non riuscite ad arrivare dove sono arrivato io sarà colpa vostra”. Che è falso, come lo è la tesi, quasi preilluminista, secondo cui ricchi e gli affermati siano tali solo perché capaci, e i poveri e gli esclusi lo siano esclusivamente per le loro colpe. Ovvero, quella che persegue l’inganno ipocritamente meritocratico, che non fa vincere i meritevoli, ma considera portatori di merito i vincenti colpevolizzando i perdenti.

Però sono in tanti, in troppi, a vivere la vita “con sano cinismo”. E in quella prospettiva giustificano tutto, dal successo individuale all’affermazione dei gruppi dominanti, sicuri dei numeri e capaci di tradurre, attraverso la distorta ottica delle maggioranze, la legge del più forte nella dinamica democratica.

“Stay hungry, stay foolish”, sarà pure la strada del successo. Ma lungo quel cammino si rischia di perdere tutto il resto: l’educazione al rispetto per l’altro, la mitezza, la gentilezza. Si rischia di seguire il metodo dell’arrogante affermazione del sé a tutti i costi e contro tutto e tutti, mentre oggi si dovrebbe recuperare una dimensione meno competitiva e più solidale. Così come sarebbero necessari un diverso registro e una maggiore cordialità nella scelta delle parole.

Pensavo queste cose questa mattina, prendendo un caffè con un’amica. E pensavo che il come si parla e il come ci si pone, la pacatezza, anche abbinata alla più radicale delle posizioni, può davvero rendere il mondo un posto migliore in cui vivere. Un mondo in cui, più che “stay hungry, stay foolish”, i maîtres à penser più ascoltati fossero quelli capaci di dire, magari, cose tipo: “stay human, if you can”.

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