Democrazia esclusiva

Prendete tutti gli elettori di Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo e Firenze. Supponete che votino tutti per la stessa coalizione. Immaginate che in quelle città, e solo in quelle, questa faccia il 100%, mentre non raccolga alcun voto in altri luoghi. Bene, in un’ipotesi simile, i cittadini delle sei principali città italiane sarebbero senza rappresentanza nella Camera dei Deputati, il loro voto sarebbe inutile, vana la loro indicazione.

Questo, infatti, è quello che prevede l’Italicum, nella lettura approvata a Montecitorio la scorsa settimana. Perché il 12%, fissato come soglia di sbarramento per le coalizioni, è più della somma di tutti gli elettori di Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo e Firenze, appunto. Una percentuale che, tradotta in cittadini, vuol dire che per accedere alla rappresentanza parlamentare non basta il voto di 7 milioni di italiani. Sono pochi? Sono tanti? Non lo so, chiedetelo a chi ha pensato, redatto e votato quel primo provvedimento.

Quello che so è che la democrazia dovrebbe essere un sistema capace di includere. Quello che vedo, invece, è il concretizzarsi dell’idea che questa coincida, totalmente e solamente, con la volontà della maggioranza.

E mentre si affermava questa idea, con l’aggiunta della tesi che la maggioranza, per sua stessa natura, avesse sempre e comunque ragione, e la minoranza, per implicito vizio, torto, prendevano corpo misure sempre più invasive per fare di quella maggioranza un organismo sempre più maggioritario. Per garantire comunque che quella si formasse, venivano costruiti sistemi della gestione del consenso adeguati, con correttivi in grado di portare a cifre significativamente importanti espressioni di adesione che invece non lo erano affatto.

Prendiamo, ad esempio, la Camera che ha votato quella formulazione della prossima legge elettorale, formatasi grazie ad una leggere, il Porcellum, che alla coalizione che ha raccolto un terzo dei consensi, pari a poco più di un quinto degli aventi diritto al voto, ha dato il 55% per cento dei seggi: un meccanismo, insomma, che ha fatto di una minoranza di deleganti una maggioranza di delegati. Un sistema che in parte è replicato dalla nuova ipotesi di legge elettorale, visto che con il voto del 37% degli elettori si potrebbero determinare il 52% degli eletti.

Il sistema elettorale è forse la migliore chiave ermeneutica per leggere il significato dell’idea di democrazia che ne sta alla base. Perché si cerca un sistema capace di garantire la governabilità anche a scapito della rappresentanza? Perché da anni la politica si è piegata sempre di più verso una logica che potremmo definire “aziendalistica”, in cui la democrazia deve essere sempre più “governante” e la sua missione quella di garantire la praticabilità dell’azione, relegando fra le cose inservibili il pensiero politico e le relative culture. I governi, in una simile logica, divengono dei Cda, con degli amministratori a cui competono tutti i poteri, anche quelli che sarebbero propri della rappresentanza e delle dinamiche parlamentari. Ecco perché il ricorso all’abuso di decretazione, al voto di fiducia, al ricatto sul Parlamento “o si vota o cade il governo”, o, rovesciando l’assunto di una Repubblica parlamentare, “se cade il governo, finisce la legislatura”.

È chiaro che in un sistema così concepito, il pluralismo non è più un valore attribuibile al confronto fra le idee eterogenee, ma diviene un ostacolo all’efficienza del governo. Soprattutto, diventa superflua, inutile, inconcepibile quella rappresentanza che non dà vita, e non può farlo, a un potere esecutivo (ne parlavo già cinque anni fa in La politica governante e i problemi della rappresentanza).

Se la rappresentanza assume i concetti negativi della “frammentazione”, “divisione”, “parcellizzazione”, se essa è solo un limite all’azione del governo e se quello è il bene e ciò che serve, allora questa è il problema. Quindi, si alzino le soglie e la si limiti.

In questi giorni si è discusso di rappresentanza di genere durante le votazioni alla Camera per la legge elettorale. Mi ha colpito una dichiarazione della presidente di quell’Assemblea. Ha detto Laura Boldrini: “è giusto garantire la rappresentanza del 50% alle donne, perché queste sono la metà della popolazione”. Bene, pur non volendo approfondire qui i limiti e le implicazioni di quell’affermazione che si presterebbe alla declinazione nei mille rivoli della categorizzazione dell’essere umano e sociale, mi chiedo: “e la rappresentanza di quelli  che potrebbero votare una coalizione che stia sotto il 12%? E se quelle coalizioni fossero due? E se fossero cinque a prendere ognuna l’11%? Cosa si farebbe? Si lascerebbe fuori quel 55%, assegnando la totalità dei seggi alla sesta, forte del suo 45%? Della rappresentanza di quei voti, chi se ne occuperebbe?”.

Perché la trasformazione del personale politico in ceto manageriale, uso a governare e non più a rappresentare, rende, di fatto, la democrazia un qualcosa di esclusivo, a cui non si partecipa più per portare delle istanze, ma solo per prendere le decisioni. E dato che quelle le assume chi vince, tutti quelli che perdono possono anche non essere più presenti e rappresentati. E possono anche non partecipare. Ecco perché è possibile far passare soglie di sbarramento così assurdamente alte nella quasi totale indifferenza.

Non per pessimismo e senza alcuna valutazione e giudizio qualitativo, ma se le elezioni servono solo a scegliere chi deve decidere e, in fin dei conti, “le cose da fare sono quelle e non c’entra chi le fa, ma contano solamente i fatti”, perché si dovrebbe sentire la voglia di partecipare? Se non per essere rappresentanti, perché ci si dovrebbe presentare ai seggi? Se il sistema non tende a includere anche le mie istanze, ma solo a governarmi, perché dovrei delegare, sapendo già che “le cose da fare sono quelle” e non sono quelle che vorrei io?

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