Come in auto sbagliando un’uscita

Come in auto sbagliando un’uscita,
prima che il sole s’alzi al mattino
mentre tutt’intorno la città
mostra i segni del risveglio,
del ritorno comune al fare,
del sentire quotidiano e vero
che diventa ogni giorno sociale,
ci si trova d’un tratto a vedere
quel che da sempre sappiamo
con occhi e sguardo rinnovato.
 
Il cigolio stanco d’uno sportello
da un furgone rosso ai margini
di una strada ancora vuota,
sembra chiamarci al risveglio,
gridare che il reale fa resistenza,
urlare il suo posto e il suo ruolo,
marcare con quel rumore stridulo
il suo non volersi consegnare
al destino immateriale e vuoto,
al sogno di nuovo creduto reale.
 
Alberi ancora spogli e senza colore
indicano il buio con rami scuri,
fra la luce gialla di vecchi lampioni,
tentano quasi di reggere il cielo
prima che questo si riempia di luce,
attendendo con fiduciosa pazienza
che il sole li trovi ancora vivi,
che il calore a loro dica ancora
che si può attendere stando fuori,
che il sogno d’altri finisca, taccia.
 
Quasi stiracchiandosi nel vuoto
si aprono imposte sulla strada,
per stanze che chiedono aria,
per intimità che devon cessare,
attendendo quello strano chiarore
che sempre il giorno annuncia,
che anche della notte più lunga
promette la fine, pur se nell’alba
si sa di non trovar gioia soltanto
ma senso e vita, dolore e amore.
 
Carta di manifesti già stracciati
cade da tabelloni ormai arrugginiti,
mostrando ancora simboli e nomi
di contese vissute sempre da poco,
e segna col suo cedere continuo
il senso di battaglie credute infinite,
di sconfitte pensate conclusive,
di vittorie sognate eterne e grandi,
mentre ogn’ora e sempre riparte
il giro di sfida, il continuo confronto.
 
Attraverso il finestrino dell’auto
scorgo il bagliore d’un neon
che accendendosi illumina in chiaro
un bar che apre in quell’ora
mentre già qualcuno s’appresta
a scaldar macchine e attrezzi
per far da mangiare, per dar da bere
a quelli che verranno a chiederne,
o solo a cercar parole da scambiare,
pensieri da rimettere insieme.
 
M’affianca lento un anziano calvo,
col sacchetto del rusco nella destra
e il bastone saldo nell’altra mano,
s’avvicina al cassonetto giusto
gettando il suo peso sugli altri
e tutti insieme gli ricordano adesso
il senso della fine e del finire
ma pure il sentimento sereno
di chi sa che non ogni cosa svanisce,
che sempre qualcosa di tutto rimane.
 
Il riflesso delle luci di un semaforo
sul vetro dell’auto che mi precede
segna il senso del percorso giusto,
nel quale non si può cambiar rotta
ogni volta che più non si gradisce
il come s’organizza il mondo intorno,
dove per tornare sui propri passi
è necessario compierne altri
nella direzione possibile e data
fino al punto da cui si può ritornare.
 
S’illumina l’insegna di un’edicola,
rosse casse pesanti di giornali
si poggiano sull’uscio del gabbiotto,
schiacciando la terra sotto il peso
di parole scritte per raccontare,
che forse non serviranno domani,
ma che oggi riempiranno gli occhi
e sporcheranno le mani ai tanti
che fra quelle pagine proveranno
a conoscere ciò che è stato ieri.
 
Quello scorcio di periferia cittadina,
intravisto di corsa dai vetri dell’auto,
non illude che sia semplice e facile
trovar soluzioni ai reali problemi,
non narra favole liquide e leggere,
ma pesa, stride, brucia e si consuma
sul terreno che il tempo ha segnato
nel suo scorrere continuo e lento,
nel suo incedere convinto e forte,
fra dolore, gioia, rabbia, amore: vita.
 
Come in auto sbagliando un’uscita,
spesso è il caso a mostrarci la strada.
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