Camminando su un filo sottile

È chiaro che ci stiamo muovendo su crinali pericolosi e impervi. Il crescere del numero degli esclusi, dei messi ai margini dalla società, dei perdenti nella gara a trovarsi un posto in cui passar la notte, disegna ogni giorno un orizzonte più cupo.

In questo scenario, c’è chi lucra sul risentimento, chi specula sulla paura, chi investe sul fallimento. Le ultime elezioni hanno segnato un passaggio fondamentale: tutti quei modi di capitalizzazione del risultato si sono dimostrati vincenti. Gli unici vincenti.

Ha vinto Grillo, che ha costruito le fortune elettorali del suo movimento sul risentimento (non del tutto immotivato) di una larga fetta di popolazione, incardinando, nella incapacità della politica ad affrontare le situazioni più drammaticamente difficili e sulla innata incoscienza sociale di alcuni comportamenti privati di un’indubbiamente troppo numerosa platea di singoli politicanti per mestiere e voglia di arricchimento individuale, il suo messaggio semplice e diretto: “hanno governato ed hanno fallito, tutti via”.

Ha vinto Berlusconi, che sulla paura dei comunisti, delle tasse, degli stranieri, ha sempre specularmente costruito il proprio immaginario ad uso e consumo delle tv, fatto di benessere e mondo facile, ricercando e trovando proprio nell’essere idealisticamente antitetico agli oggetti di quelle paure indotte il proprio fondamento.

Ha vinto anche Monti, e tutti quelli che avevano investito l’intero loro capitale politico sull’impossibilità che altri potessero governare e che con il loro irresponsabile richiamo alla responsabilità, da loro incarnata per innata virtù, hanno contribuito ad inverare la profezia che disegnavano.

Non ha vinto Bersani ed il centro sinistra. E con loro, non hanno vinto tutti quelli che credevano si dovesse votare per dare un governo al Paese, capace di andare con coraggio oltre i risentimenti, le paure ed il disfattismo e in grado di dar voce alle ragioni dello stare insieme piuttosto che alle pulsioni dell’individualismo egoista, coloro che pensavano fosse necessario disegnare uno scenario chiaro ed un orizzonte condiviso verso il quale camminare.

Ma ora la campagna elettorale è finita, e quello che abbiamo dinnanzi è il mondo con cui dobbiamo confrontarci.

Come andrà a finire? Non lo so. Certo, la proposta di Bersani mi pare l’unica sensata: un chiaro programma che tenga dentro anche alcune ragioni di quelli che hanno sostenuto il M5S (perché comunque il risultato elettorale alcune cose le ha dette a voce alta, e non possono essere eluse), il confronto in Parlamento come unica via per la composizione delle divisioni e la sfida per l’assunzione di responsabilità anche a chi della pregiudiziale opposizione a tutto il sistema politico della rappresentanza ha fatto la propria bandiera in campagna elettorale e che ora, però, è chiamato, proprio in virtù di quel principio di rappresentanza, alla prova dei fatti sul cambiamento possibile. In alternativa? A mio modo di vedere, non ci sono alternative. O così, o si vivacchia fino alla prossima campagna elettorale, e tutti dovranno renderne conto.

Ma come andrà davvero, non lo so.

Quello che so è che si sono sparsi sul terreno del confronto sociale dei semi che raramente danno frutti sani. La continua aggressione dell’altro visto come nemico da abbattere, morto che cammina, cadavere in putrefazione. L’arroganza del tono di voce assurta a sintomo del cambiamento. La voglia di distruggere eletta a misura della capacità di innovazione. Predicando tutto questo, come evitare la reazione di Shylock, come evitare che quel sentimento di vendetta venga poi messo in pratica, come evitare che la cattiveria insegnata non formi diligenti discepoli.

Il filo su cui ci muoviamo è veramente sottile, e troppo teso per poter essere percorso senza il rischio di tagliarsi. Anche il mito demagogico della democrazia diretta e plebiscitaria è pericoloso. Partiti, sindacati, organi della rappresentanza politica e istituzionale descritti come inutili, sono però le guarentigie della coesione sociale, camere di mediazione in cui si compongo i conflitti, filtri attraverso cui si discernono e s’allentano le tensioni.

La possibilità di iniziativa popolare senza alcun tramite ha un fascino semplice. Il controllo diffuso ha sicuramente aspetti positivi. Ma della rivendicazione non mediata, qualcuno ne parla mai? Si discute sempre dell’esercizio diretto dell’azione di proposta, ma in quell’ottica si dimentica la gestione complessa delle espressioni di protesta. Perché non si può gestire il reale come fosse un social network, dove il conflitto non è preso in considerazione, in cui nemmeno è ammessa la possibilità del “non mi piace” e tutto è inserito come dentro una società sempre felice e dedita alla condivisione. Nella realtà, il conflitto c’è. E se non è mediato, se è diretto, spesso è ingestibile.

La rivendicazione salariale senza i sindacati, sono i lavoratori sotto il palazzo del padrone. La rivendicazione di un diritto senza le dinamiche dei partiti e del parlamentarismo, sono i cittadini sotto casa dei governanti. E non c’entra la bontà o meno di quelle rivendicazioni, c’entrano i modi con cui vengono prese in carico, discusse, composte: mediate.

Forse, non ho ragioni ora per disegnare scenari così cupi. Ma pensate a tutte le populistiche pratiche plebiscitarie che la storia ci ha fatto conoscere. E considerate come sono finite. Sarà diverso? Speriamo. Ma attenti a non inciampare o spezzare quel filo sempre più sottile per sostenerci.

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