Il sostegno della cultura e il ruolo delle amministrazioni

Sabato 15 settembre sono stato invitato come relatore ad una conferenza sulle potenzialità dell’arte di strada nella valorizzazione del territorio e degli spazi urbani. Più che un invito, era la richiesta di un amico, uno di quelli che manderesti a quel paese con la regolarità del Big Ben, ma al quale, alla fine, non riesci mai a dire di no. In ogni caso, alla tavola rotonda ho preso parte, e siccome era organizzata all’interno della prima edizione, quasi l’anteprima, del festival di arti di strada Mast (Malpensa Street Festival) di Cardano al Campo, parteciparvi mi ha fatto davvero molto piacere.
Il tema dell’incontro era abbastanza preciso, “Il festival trasforma la città: come un festival può realmente trasformare le città e contribuire a rilanciarle sia socialmente che economicamente”, e discuterne non è stato facile. Perché la richiesta, implicita nella traccia segnata dall’organizzazione della tavola rotonda, era quella di tentare di analizzare, attraverso le esperienze di altri festival simili a quello organizzato nella cittadina varesina, le possibilità concrete di dar vita ad un percorso di sviluppo e promozione di un territorio.
Possibilità teoriche o esperienze realmente concretizzatesi sono state passate al setaccio nelle quasi due ore di dibattito. Ma certo è difficile, se tento di analizzarlo ancora oggi, tracciare un percorso netto e facilmente identificabile e riconoscibile che attraverso la promozione di eventi culturali conduca inevitabilmente ad uno sviluppo del territorio in cui gli stessi sono stati organizzati. Ci sono casi in cui alcuni eventi (e la mente non può non andare alla Notte della Taranta di Melpignano) hanno contribuito a creare un vero e proprio brand del territorio, spendibile e speso nel far conoscere quei luoghi all’esterno, spesso anche con importanti e significativi ritorni in termini di presenze turistiche.
Ma la domanda che continuo a farmi è però un’altra. Ed è poi quella che anche durante un intervento nel convegno di Cardano è stata sollevata. Il successo di pubblico è certamente importante. Ma i numeri potrebbero essere la cifra falsata del successo della manifestazione come strumento di valorizzazione del territorio. In sintesi, facciamo una buona promozione se contattiamo tante persone; ma facciamo anche una corretta valorizzazione? Cioè, se il numero di contatti ci offre la misura del risultato in termini di comunicazione dell’evento, esso, allo stesso tempo, ci dice anche qualcosa circa la nostra capacità di accrescere il valore del territorio che lo ospita? Ed in ultimo, come misuriamo questo valore, su quali voci calcoliamo la valorizzazione?
Se organizzo un concerto del più importante gruppo musicale del momento nel campo sportivo di una sperduta località dell’Appennino lucano, e se riesco a far sì che, coinvolgendo media e mondo dello spettacolo, l’evento abbia una enorme risonanza internazionale, potrei portare in quella località semisconosciuta migliaia di persone. In termini di promozione sarebbe un successo, ma lo sarebbe anche nell’ottica della valorizzazione? In cosa l’evento lascerebbe migliorata quella località? E, a parte i rifiuti e lo stadio da pulire, cosa ci sarebbe di nuovo in quel posto all’indomani?
In altri articoli (si veda Elogio dell’arte di strada, sul mio blog “Filopolitica”), ho più volte parlato di come l’arte di strada, quale forma espressiva che è tutt’uno col luogo in cui avviene, può contribuire a valorizzare i posti in cui si tengono le performance. Intendendo (ed è forse qui la peculiarità di quella forma artistica e delle manifestazioni che la contengono) come valorizzazione proprio il “dar valore” ai luoghi. È come abbellirli, renderli migliori, riportarli alla disponibilità di quanti li vivono tutti i giorni e di coloro che li visitano in quelle occasioni. Un riappropriarsi dei luoghi per metterli in condivisione, un farli propri in modo inclusivo, fuggendo le tentazioni di chiusura, dell’identificazione ex-clusiva del territorio con chi lo abita, ma facendo di esso un capitale da mettere a reddito di umanità.
È poi un modo per fare di un borgo, di una strada, di una piazza un luogo da vivere. La differenza che passa fra un borgo animato da una kermesse organizzata e “misurata” sulle sue specificità ed un luogo utilizzato per l’allestimento di uno spettacolo di richiamo replicabile nello stesso identico modo in altre migliaia di luoghi diversi, è un po’ la stessa che intercorre fra un paesino vissuto e pieno di gente ed un outlet. Anche in quest’ultimo possiamo avere stradine, piazzette e tanta gente a passeggio, ma un paese è una cosa diversa.
Proprio con l’intento di andare oltre l’idea di spettacolo organizzato in una sorta di “non-luogo”, per anni con diversi amici abbiamo ideato e realizzato manifestazioni d’arte di strada. E per anni abbiamo sbattuto contro uno dei maggiori problemi che si incontrano nell’organizzare simili eventi: la mancanza di fondi. Perché il concerto rock o pop incassa soldi con i biglietti, il campionato sportivo con gli sponsor e con i diritti, ma l’arte di strada fa della gratuità dell’utilizzo degli spazi la sua colonna portante, ed anche il suo maggior punto di debolezza.
Come mantenerle in vita simili manifestazioni? Come dare a queste forme artistiche, come a tante altre espressioni culturali, la forza per stare in piedi? Come evitare che la cultura diventi tutta e solo intrattenimento? La domanda sembra retoricamente formulata ed economicamente insostenibile, specialmente in un momento di crisi (frase ormai topica).
Però mi chiedo: se è proprio a dare senso e forma al territorio che serve la cultura, come possono disinteressarsene coloro che sono chiamati ad amministrarlo? Certo la crisi spaventa, ma il deserto umano che deriverebbe dall’abbandono della cultura a favore del sostegno solamente del tondino di ferro potrebbe essere ancora più terrificante.
Immagino, quindi, che le amministrazioni debbano candidarsi ad un ruolo centrale per il mantenimento in vita di forme d’arte che hanno a che vedere con la messa a valore del territorio che amministrano. Penso che gli amministratori potrebbero impegnarsi non nel semplice sostenere economicamente l’evento o il festival, cosa ormai peraltro sempre più difficile, viste le risorse a loro disposizione. Credo che il loro lavoro in futuro possa essere sempre più volto al sostegno della cultura della crescita culturale dei territori. Un ruolo che parte dalla sensibilizzazione dei cittadini ed arriva alla messa a sistema di ambiziosi progetti di sviluppo, passando attraverso l’animazione di circuiti e programmi e la ricerca di fonti finanziarie, anche private. Si può fare? Perché no. È facile? Tutt’altro. Anzi, “sarà forse un’assurda battaglia ma ignorare non puoi/che l’Assurdo ci sfida per spingerci ad essere fieri di noi”.
Alla fine del convegno di Cardano, riferendosi ad un mio passaggio in cui vedevo la sfida della promozione culturale in carico alle amministrazioni come il correre lungo il filo sottile che passa fra il facile far numeri con eventi di richiamo ed il comodo rinchiudersi in un elitarismo fine a sé stesso, un signore dal pubblico m’ha fatto notare che parlare oggi di “crescita culturale” mentre quella economica segna il passo, non ha senso. “Perché”, era il ragionamento portatomi ad esempio, “saranno belli i libri, ma se nessuno costruisce le mura fra cui leggerli e le scrivanie su cui poggiarli, è poi difficile goderne”.
Sarà così, certo. Ma mi piace ricordare che di tutte le mura e le scrivanie costruite nei secoli, poche sono arrivate ad oggi. Mentre le storie scritte sui libri che fra quelle furon letti e su quelle poggiati, continuano a vivere ancora, e forse sono proprio queste a far di noi gli uomini che siamo.

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