Ma non doveva essere il paradiso?

E’ caduto il Muro di Berlino, si è dissolta l’Urss, sono crollati gli stati comunisti, sono finite le ideologie, ora si apre una nuova età dell’oro per l’umanità. Non credo di essere l’unico a ricordare la tracotante prosopopea dei liberisti ad ogni costo nell’esporre tesi simili appena dieci/quindici anni fa. Le mirabolanti sorti progressive dell’umanità capitalisticamente addomesticata si aprivano dinnanzi ai nostri occhi, e mettere in dubbio tale verità, non dico opporsi, era atteggiamento retrogrado, fuori dal tempo e dal mondo. Fare, spendere, consumare: tutto qui. Semplice filiera del tempo moderno. Niente rivendicazioni inutili, niente pesantezza fuori luogo, vita leggera e prassi facile. Cosa volere di più? A tutto penserà il capitalismo consumistico fondato sull’istituto del credito. Più semplice di così…
Guardatela oggi questa teoria di parte spacciata per obbiettiva legge di natura. Guardatene i risultati, osservatene le pieghe e le piaghe in cui si insinua. Pensate a quanto è aumentata la dismisura fra chi ha e chi non potrà mai avere, e pensate che in questi decenni di alienazione dell’essere l’avere è diventata l’unica sfera dell’umano. Le rivolte senza ideali dei giovani londinesi stupiscono? Io mi stupisco per il ritardo con cui arrivano. E no, non vedo all’orizzonte una rivoluzione, guardo solo a ciò che accade. Nel caso inglese si è parlato di rivolte vuote. Perché? Perché non avevano idee a cui ispirarsi quei ragazzi? E che v’aspettavate? Non avete come tutti celebrato la fine delle ideologie? Non avete come tutti contribuito, in opere e omissioni, a diffondere il verbo del consumo come unico motore del mondo? Perché stupirsi che anche quelle rivolte siano votate a quel dio?
E ancora no, non c’è nessuna sadica felicità consolatoria nel dire “l’avevo detto”. Perché anche io avrei dovuto oppormi meglio e di più a questo sfacelo progressivo. Anch’io avrei potuto spendermi di più per spiegare che non è tutto e solo una teoria infinita di produzione/consumo, che il ritmo non aveva senso, che la crescita finita nel mondo finito è un paradosso irrealizzabile.
Ma tra chi ci credeva davvero, chi usava tale credenza in malafede e chi, mettendomi nel novero, non trovava di meglio che godersi elitariamente la sua alterità, tutti abbiamo portato il mondo al limitare del baratro. E adesso? Adesso dobbiamo trovare la soluzione, che si deve perseguire in tutti i modi, tranne che in uno: quello che vede gli incendiari tramutarsi in pompieri. Fuori di metafora, i liberisti che hanno dettato le regole e segnato la strada che ci ha portato al fosso tacciano ora, per decenza prima ancora che per convinzione.
Ed invece cosa accade? Sono gli stessi economisti che cantavano le lodi dell’indebitamento collettivo e progressivo che ora ci impongono il verbo dell’austerità a spese dei più poveri, gli stessi che hanno ottenuto la distruzione dei diritti del lavoro che oggi ci spiegano la necessità di ridurne ancora le tutele, gli stessi che si sono arricchiti con le speculazioni a non volere oggi che si mettano in discussione quei patrimoni.
Il liberismo non ha ricette da proporre: è bene che gli impediamo di farcene propinare altre. Ci avevano raccontato l’avvento del paradiso, oggi ci accorgiamo che l’unico eden che avevano in mente era quello fiscale in tutto il globo. Evitiamo di ascoltarli, prima che spingano troppo in là la loro protervia e qualcuno, per disperazione e non per spirito rivoluzionario, gli impedisca di parlare, con le buone o con le cattive.
Qual è la soluzione? Est modus in rebus. Abbandonare la convinzione ideologica che possa esserci uno sviluppo all’infinito, abbattere il totem della crescita ad ogni costo, superare il tabù che impedisce di prendere in considerazione la distribuzione della ricchezza slegata dalla partecipazione alla produzione.
Socialismo? Possiamo anche chiamarla Solidarietà, per recuperare termini di tutt’altra soluzione. Ma una cosa è certa: o ci salviamo tutti o non si salva nessuno. La competizione è come il girotondo che i bambini fanno togliendo una sedia alla volta affinché, a turno, un giocatore rimanga in piedi alla fine della filastrocca e venga eliminato. Alla fine del gioco dei bambini l’ultimo vince: nel girotondo dei grandi, rimanere l’ultimo uomo della Terra significa spegnere la luce alla storia dell’umanità.
La decrescita felice, la distribuzione delle risorse, l’ecosostenibilità della presenza umana nel mondo, sono tutte idee che però debbono partire da un presupposto per essere attuabili: non esiste felicità individuale che possa essere slegata dal benessere collettivo. Non si gioca da soli in un sistema interconnesso. A che serve la tecnologia se non a liberarci dagli affanni della produzione di beni? A metterci in competizione con le macchine? A che serve il progresso delle scienze e della cultura se non a pensare nuovi modi di stare al mondo? A giustificare con i libri dotti le leggi violente della prevaricazione?
Non so come si determini il paradiso in terra, posso al massimo ipotizzare come si evita l’inferno della sopraffazione degli uni sugli altri. Se ognuno pensasse a se come parte d’un tutto più grande, se pensasse al benessere di quel tutto ogni qual volta considera i propri desideri, forse potremmo incamminarci su di una strada diversa. Se invece di inseguire sempre qualcosa che ci manca, cominciassimo ad accontentarci di divedere con gli altri quello che c’è forse potremmo stare meglio tutti. Anche perché, quello che oggi vogliamo tutto per noi, domani potremmo essere costretti a cederlo a chi, con più forza, lo pretenderà per sé. Una barbarie infinita, fatta di furti continui a danno del prossimo: altro che paradiso autoregolato dal mercato.

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