Un nuovo sistema, o la giungla

Dogmatico, ideologico. Così qualche giorno fa a cena un amico al cui giudizio tengo molto ha definito il mio metodo analitico. E siccome, lo ripeto, stimo molto il mio amico ed il suo pensiero, ho riflettuto a lungo su quelle parole. 
Dopo il lungo riflettere, però, non posso che non respingere quella sua osservazione. Quella critica, apparentemente fondata, nasceva dalla mia risposta ad una sua domanda circa le osservazioni di Marchionne e la visione che quest’ultimo ha delle relazioni industriali. Nella mia modesta visione, infatti, tra gli obiettivi del capitale e le tensioni del lavoro non ci può essere continuità, ma al massimo una incidentale e temporanea coincidenza. Coincidenza che può essere ricercata, perseguita e raggiunta, ma che non si può porre come assunto di base, pena uno smarrimento della giusta prospettiva.

Lui vedeva invece acquisito il dato della corrispondenza fra gli obiettivi, definendo più riformista la sua visione e, quindi, ideologica, dogmatica la mia.
Ho molto apprezzato la chiarezza con la quale m'esponeva il suo punto di vista. Altrettanta ne devo nello spiegare il perché non la vedo così.
Ritengo infatti, forse presuntuosamente, che la mia metodologia analitica sia fortemente dialettica, e tenda perciò proprio a verificare le diverse interpretazioni di un fenomeno prima di tentare una conclusione, sempre parziale e mai esaustiva.
Per chiarire meglio, e facendo riferimento al caso esemplificato del rapporto fra Marchionne e le maestranze Fiat, ritengo infatti che la inconciliabilità delle due posizioni non sia una mia precognizione, una categoria apodittica, trascendentale (kantianamente intendendo il termine), ma il frutto di una considerazione ponderata.
In quell’esempio, che poi era la situazione analizzata, io penso che non c’è né ci può essere comunanza di intenti fra le due esigenze ed aspettative. E spiego perché.
L’imprenditore pensa ai suoi interessi, cioè a fare profitto. Investe in un’impresa e quindi tende e pretende che questa dia la massima resa, corrisponda al meglio il suo sforzo e valorizzi al massimo i suoi capitali. Ecco perché ricerca le migliori condizioni sociali ed economiche. Ecco perché delocalizza in cerca di migliori possibilità. Ecco perché massimizza i risultati attraverso l’ottimizzazione, dal suo punto di vista, del processo produttivo. Il manager, quale “condottiero” dell’avventura impresaria, è agli ordini diretti dell’imprenditore, degli azionisti, in una parola (desueta?) del capitale. A questi egli rende conto, per questi lavora ricercando e perseguendo i maggiori risultati possibili, da questi viene retribuito lautamente a riconoscenza, percentile, dei loro ricavi. Moralità, patto fra produttori, condivisione, sono termini romantici buoni ad infarcire le torte del discorso pubblico; nella sostanza c’è la persecuzione di un interesse economico. Altrimenti non si spiega perché a fronte di una riduzione dei costi di lavoro totali e per singolo lavoratore corrisponda un innalzamento delle prebende del management aziendale.
Quello che sto facendo è un discorso “al di là del bene e del male” (ah, ritornassi fra noi, dolce e terribile ombra, che mondo troveresti – chiusa la parentesi). L’azione del capitale nella ricerca dei suoi interessi è pienamente legittima, almeno nel sistema di produzione dato nel momento attuale.
Ora guardiamo al secondo degli interessi in gioco: quello del lavoro, quello di chi presta, o meglio, stanti i rapporti attuali di mercato, vende il proprio saper fare in cambio di denaro. E veniamo subito, con una domanda, al cuore del problema secondo la mia visione: perché se il lavoratore persegue i suoi interessi, e solo quelli, come fa il capitale, non compie un’operazione legittima?
L’imprenditore ricerca il profitto, ovvero il suo interesse? Il lavoratore perché non dovrebbe ricercare il proprio, vale a dire lavorare meno e guadagnare di più?
Tornando alle parole di Marchionne, lui vedeva nella scarsa produttività dei lavoratori italiani uno dei problemi per la Fiat. Non voglio addentrarmi in analisi che necessiterebbero la conoscenza di numeri e dati precisi (dico solo che il paragone con la Germania non tiene, perché se è vero che gli operari italiani producono a testa poco più della metà dei colleghi tedeschi – ma andrebbero sottratte le ore di Cig –, è altrettanto vero che questi ultimi guadagnano più del doppio: ergo, il saldo per l’azienda è pari, se non a favore del sistema italiano). Mi limito ad osservare un dato finora mai smentito: nessun impresa fa della beneficienza la sua ragione sociale. Se la Fiat non ha chiuso in questi anni è perché gli conviene, e se alza la voce ora è perché vuole qualcosa in più. Dice il manager italo/canadese: senza il dato di produzione italiano, il bilancio della Fiat sarebbe estremamente positivo. Gli chiedo: sarebbe altrettanto positivo senza il dato del mercato italiano? Perché fossimo un popolo, dovremmo rispondergli: ok yankee, vai dove vuoi ma portati via anche le Panda e vedi se qualcuno le vuole.
Ma siccome il mercato è libero solo per l’economia, lui può delocalizzare invocando razionalizzazioni e costi aziendali, noi non possiamo rispedirgli a casa i prodotti per legge senza essere accusati di boicottaggio.
Ed allora, nella giungla del libero mercato, nel pieno del darwinismo sociale, ognuno s’arrangia come può per perseguire il proprio particolare interesse. Fossero anche vere le parole di Marchionne, cosa c’è di strano? L’imprenditore delocalizza: io m’imbosco durante il turno. E se la baracca va tutta a carte quarantotto? Mi “delocalizzo” da solo e cerco in altri territori la fertilità che perdo nel mio.
Viviamo in un mondo che è la parodia di una società, dove si viene assunti con contratti che durano meno del tempo di dire “ho trovato lavoro” ma ci si meraviglia se poi il lavoratore pensa a farsi un po’ i fatti suoi. Se l’impresa mi assume per una settimana, chi se ne frega se imboscandomi la danneggio. Anzi, un po’ mi fa anche piacere. Se ho un contratto che scade come lo yogurt, mangio tutto e subito prima che debba poi buttarlo. M’imbosco, m’assento, cerco di fare soldi lavorando di meno, anche passando segreti alla concorrenza, se quella paga più del datore di lavoro; alla peggio che potranno mai farmi? Licenziarmi? Ma se nel frattempo m’è già scaduto il contratto. Arrestarmi? Be’, almeno così il mio vitto e alloggio sarà un problema della collettività.
Sto portando il ragionamento al parossismo, lo so. Ma è per centrare un argomento a sostegno di una tesi: quella cioè che se l’unico orizzonte di questo modello produttivo e distributivo è l’interesse particolare ed individuale, allora tutti i comportamenti sono legittimi, quelli dell’imprenditore irresponsabile e quelli del lavoratore deresponsabilizzato.
Questo sistema è irreversibile? No, non lo credo. Al contrario, credo fortemente che un altro mondo sia possibile, con un altro modello di produzione e distribuzione della ricchezza, con altri rapporti di forza, con diverse dinamiche nelle relazioni fra capitale e lavoro. Credo, infine, che anche la mediazione sia possibile, ma che debba partire dall’ammissione del fallimento di questo modello da parte di coloro che ancora oggi, e mentre invocano nuovi “patti fra produttori”, sfruttano al massimo la deregolamentazione e le selvagge praterie offerte dal mercato globale sregolato.
Un accordo è certamente possibile, ma ridiscutendo tutto ed introducendo altri valori, che non siano solo il profitto ed i dividendi azionari, che considerino i progressi tecnologici un patrimonio comune in grado di mettere a disposizione di tutti gli esseri umani maggiori ricchezze chiedendo in cambio meno fatica, che vedano nei ritrovati della scienza le soluzioni ai mali dell’umanità e non dei brevetti da monetizzare sfruttandone le necessità e nelle risorse della Terra un bene di tutti e non una possibilità di guadagno per alcuni. Spero ancora in un nuovo avvenire, voglio ancora la luna, come ci ricordava un vecchio ormai saggio, attendo ancora un nuovo sistema di valori. Ma difficilmente in quello potrà essere compresa la possibilità che un manager guadagni 500 o 1.000 volte di più di un suo dipendente.

 

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