La libertà di non giocare e le amare provocazioni

E se smettessimo di giocare? Se smettessimo di partecipare a questo meccanismo sociale, se smettessimo di far parte del gioco mondiale fatto di ruoli e compiti, di regole e comportamenti prestabiliti? E se facendo così il sistema smettesse di funzionare? E se, infine, questa libertà di non giocare la esercitassimo come arma di difesa, o di lotta, come deterrente e come rivalsa?
Mesi fa, scrissi una nota su quella che definivo “democrazia in negativo”, ovvero sulla sempre più diffusa pratica dell’astensione dal voto come rivalsa personale nei confronti di una politica lontana dai problemi quotidiani. Non certamente un atteggiamento infantile, non un semplice “io non gioco più”, ma la volontà di far saltare il gioco che è stato truccato e sul quale ogni nostra mossa è diventata inutile: tranne quella di non giocare, appunto.
Rispondendo su Facebook ad un pensiero di mio fratello, mi è venuto in mente che quello che vale per il caso elettorale vale in genere per tutti i meccanismi sociali. Mio fratello si chiedeva, ironicamente ma non tanto, se un precario potesse “rispettare le regole precariamente”. Beh, in effetti io penso che dovrebbe.
Mi spiego meglio. Quella in cui viviamo sempre più sta smettendo di essere una società di cittadini, di portatori di diritti, per diventare un universo di produttori e consumatori, ai quali e solo in virtù di quei requisiti, vengono riconosciuti dei benefit, più che dei diritti veri e propri. E dai quali, più che doveri, si pretende una fedele, indiscussa e totale abnegazione al gioco dei ruoli iscritto nel più generale meccanismo sociale globale.
Tutto, infatti, sta divenendo una questione di rapporti di produzione e consumo, anche la rappresentanza politica ed i processi democratici. Siamo clienti consumatori o professionisti produttori anche in quei rapporti, come quelli politici, che dovrebbero essere improntati ad altri valori, non necessariamente quotabili in Borsa. E se tutto è sempre più solo una questione di rapporti di produzione e consumo, è su quelli e con quelli che dobbiamo fare i conti e regolare il nostro agire.
Quindi, dobbiamo cominciare a “rispettare le regole precariamente”. Perché se nella società dei cittadini e dei diritti io sono “cittadino” sempre, ho sempre i miei diritti e, quindi, sono sempre tenuto ai miei doveri, nella società dei produttori e consumatori io non sono tale sempre. Ed allora perché dovrei conformarmi sempre a quelle che sono le regole del gioco?
Fin quando si fa parte di questa “società economica” se ne rispettano le regole. Ma quando questa ci espelle? Quando questa ci mette alla porta e ci lascia fuori? Beh, allora stiamo fuori. E dovremmo esserlo in tutti i sensi. Non giocare più. Sottrarci ai nostri ruoli, smettere di seguire le regole della società dei produttori e consumatori che ci ha espulsi, dirle: “non mi vuoi, non sono buono per te? Va bene, allora non giocherò più secondo le tue regole”.
Non ci può essere un meccanismo sociale che considera a tempo la permanenza al suo interno di una persona e poi, al contempo, pretendere da questa l’osservanza delle regole per sempre. O dentro o fuori. E se fuori, fuori da tutto.
Anche dalla nostra parte di consumatori. Spesso la società economica può fare a meno di noi come produttori, ma non così di frequente può espellerci dal novero dei consumatori. Ed è lì che dovremmo imparare a colpire un po’ noi, visto che è forse l’unico argomento “sensibile”. Come diceva quel motto del liberalismo (vera religione di questa società)? No taxation without representetion? Cioè, se non mi rappresenti, se non ti ho scelto io, non hai il diritto di impormi le tue tasse. Bene. Mi chiedo, ma chi ha scelto quelli che oggi impongono i costi e le regole? Quelli che comandano veramente, non quelli che siedono nelle assemblee elettive ormai svuotate di senso e funzioni?
Ed allora smettiamo di giocare ad un sistema che ci vuole ai margini, sottraiamoci, in questa sorta di particolare interpretazione dell’autonomia del negativo, al gioco dei ruoli che ci vuole clienti consumatori anche in quella società economica che ci ha messo fuori, colpiamo con le armi migliori e dove chi detiene il potere vero è più sensibile, e forse qualche risultato si potrebbe anche ottenere.
Ma non solo come “lotta” in generale, anche nel piccolo quotidiano. Scrivendo mi sono venute in mente alcune amare provocazioni. Ad esempio, la banca non vi concede il mutuo perché non vi ritiene “affidabili”. Togliete il conto e fate proseliti fra quanti conoscete a che facciano lo stesso nei confronti di quell’istituto di credito. L’azienda di prodotti alimentari manda a casa vostro figlio, smettete di comprarli e convincete quanta più gente possibile a fare lo stesso. La società non vi conferma il contratto a tempo, boicottatela. Poca roba direte voi, piccole ripicche. Dipende da quanti saremo a farle. Ma se così facendo, mi potreste chiedere, un’azienda fallisce e manda a casa altri lavoratori? Non avremmo agito per il peggio? Forse. Però la solidarietà se non la si dà prima, poi è difficile pretenderla dopo; specialmente in un mondo dove questa è argomento per perdenti, mentre i vincenti decantano il verbo dell’individualismo.
In conclusione, se la società spinge fuori dal suo novero quelli che ritiene superflui, non può pretendere da questi totale obbedienza alle sue regole. Essi, prima o poi, cominceranno ad infrangerle. Fino a quella a difesa della proprietà e della ricchezza su cui l’intera società economica si basa: non rubare.
Ma l’espulso dalla società economica, facendo sue le parole del Tito deandreiano ci ricorda che quel comandamento è per i ricchi “e forse io l’ho rispettato/ vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie/ di quelli che avevan rubato:/ ma io, senza legge, rubai in nome mio,/ quegli altri nel nome di Dio”. E poi in fondo, sempre citando il grande Faber: “c’hanno insegnato la meraviglia/ verso la gente che ruba il pane/ ora sappiamo che è un delitto/ il non rubare quando si ha fame”.   
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